Nel Giardino dei Giusti tra le Nazioni, a Yad Vashem, dal 1997 c’è un albero dedicato a Vittorio Tredici ( Iglesias 1892 – Roma 1967 ).
Ufficiale combattente e decorato al valor militare nella Grande Guerra fu uno dei più importanti fondatori del PsdAz e animatore del sardismo cagliaritano.
Dopo aver combattuto lo squadrismo con le camicie grigie sardiste al fianco di Emilio Lussu, in seguito aderì al particolare fenomeno politico noto come il “sardo-fascismo” con Egidio Pilia, Giovanni Cao, Enrico Endrich, Paolo Pili che si ripromettevano di influenzare in senso autonomista e sardista il fascismo isolano.
Nonostante il suo nome sia sconosciuto a molti, Vittorio Tredici ha lasciato tracce del suo passaggio nei luoghi in cui è vissuto, attraversando grandi eventi italiani della prima metà del secolo scorso in una posizione tutt’altro che marginale.
Proveniente da una famiglia modesta, studiò nell’istituto per ragioneria di Cagliari. Il padre Giovanni era magazziniere nello spaccio della miniera di Monteponi, la madre Adele Pezzini maestra elementare e molto religiosa.
Vittorio visse dalla giovinezza a contatto delle durissime condizioni dei lavoratori delle miniere e delle loro famiglie e per questo intraprese l’impegno sindacale e da esperto minerario che lo caratterizzò per tutta la vita.
Combatté durante la prima guerra mondiale nella Brigata “Sassari”: fu inviato in Libia, successivamente sul fronte italo-austriaco, dove rimase dal 1916 al 1918;
Al Tenente Tredici nel 1917 per atti eroici durante l’undicesima battaglia dell’Isonzo venne concessa la medaglia di bronzo al valor militare e dopo la ritirata di Caporetto venne promosso per meriti speciali da Tenente a Capitano;
dopo l’armistizio fu con la missione italiana in Dalmazia.
Subito dopo la fine della guerra, in Sardegna, il pamphlet di Umberto Cao intitolato “Per l’autonomia” – che esprimeva «l’esigenza di svincolarsi dagli inviati del Governo di Roma, per dare forma in Sardegna ad una nuova rappresentanza, un’istituzione autonoma» e che gettò le basi del pensiero sardista – suscitò l’attenzione di Vittorio Tredici e di molti ex combattenti.
Questi, partiti dall’isola come truppe coloniali, erano tornati dall’esperienza della guerra con una nuova coscienza di sardi, come parte di un popolo e rivendicavano sia le ricompense che erano state promesse ma anche coscienti dell’esperienza irlandese rivendicavano l’Autonomia politica, un Parlamento sardo, la libertà di commercio, la fine delle camarille post risorgimentali e l’autogoverno in una visione federalista europea: nacque così il Partito Sardo d’Azione, che ebbe tra i massimi dirigenti personalità come Emilio Lussu, Camillo Bellieni, Paolo Pili.
Tredici, ex combattente Capitano decorato per meriti militari, aderì inizialmente all’Associazione dei combattenti e in seguito al Partito Sardo d’Azione del quale fu uno dei fondatori e fra i principali dirigenti cagliaritani..
Per comprendere la complessa personalità di Vittorio Tredici e di come sia potuto essere dichiarato Giusto fra le Nazioni con un percorso politico apparentemente contraddittorio, ma con una specchiata onestà, altruismo e probità sempre rivolta agli umili, ai lavoratori, agli ultimi e alle persone in pericolo, bisogna tratteggiare inizialmente la sua personale e importante vicenda politica iniziale .
Nel 1923 fu uno dei protagonisti della cosiddetta fusione del Partito Sardo d’Azione col Partito Nazionale Fascista, esponente del peculiare fenomeno politico sardo noto come “sardo-fascismo” (altri importanti aderenti furono : Egidio Pilia, Giovannino Cao, Enrico Endrich, Paolo Pili), come tentativo di adattare il sardismo alla nuova realtà politica dell’Italia fascista.
Il Rag. Vittorio Tredici a vent’otto anni, emerge nel 1920 nelle cronache politiche sarde, quando nel Congresso della Sezione cagliaritana dei combattenti che discuteva la proposta di trasformazione in partito politico, incaricato da Lussu a presentare la relazione di maggioranza illustrò le posizioni favorevoli alla costituzione immediata del PSdAz in sintonia con quelle di Puggioni espresse nel precedente Congresso provinciale dei combattenti a Sassari e sostenute da Bellieni, Mastino, Oggiano e Meloni.
La relazione di minoranza , contraria alla trasformazione in Partito fu illustrata dal Cap. Aneris ma inaspettatamente, con un ribaltamento delle posizioni, fu appoggiata da De Lisi e soprattutto da Emilio Lussu che precedentemente era stato un caldo sostenitore di Tredici e quindi venne sospesa ogni decisione rimandandola al Congresso regionale previsto a Macomer..
Non si capì sul momento questa improvvisa decisione ma fu chiaro in seguito che era funzionale alle presentazione della mozione Lussu-De Lisi nel Congresso dei Combattenti di Macomer del 8/9 agosto 1920 di una tesi politica non preannunciata e opposta alla tesi ufficiale di Camillo Bellieni, che riprendeva la relazione di Vittorio Tredici con un taglio fortemente sindacalista rivoluzionario, meglio nota come Programma di Macomer.
Quel documento politico conteneva forti riferimenti ideali alla Carta del Carnaro, dato che gli autori esprimevano forte simpatia dei principi e prassi assorbiti in seguito dal fascismo, incarnati nell’Impresa dannunziana di Fiume, e costituiva uno dei punti di concordanza e contatto del comune combattentismo fra settori soprattutto cagliaritani del PsdAz col PNF e che contribuirono in seguito a formare la principale giustificazione ideale alla fusione sardo-fascista.
Vittorio Tredici fu sempre particolarmente legato ad Emilio Lussu e fu molto attivo nella resistenza al fascismo prima e dopo la Marcia su Roma e condivise con Lussu, quando il fascismo ormai era al potere, la ricerca di una via di uscita attraverso la sostituzione dei fascisti con i sardisti nel PNF nell’Isola , con un accordo che consentisse di attuare i principi sardisti anche attraverso una particolare ed autonoma organizzazione fascista in Sardegna, con a capo Emilio Lussu.
Vittorio Tredici si oppose sempre al fascismo sardo, ed ebbe un importante ruolo nei giorni precedenti la Marcia su Roma quando era in corso a Nuoro il Congresso del PsdAz.
Lussu e Bellieni a nome del PsdAz si misero a disposizione dei prefetti, dichiarandosi pronti a riprendere le armi del Piave per difendere lo Statuto contro la violenza dei fascisti, in risposta al telegramma del 29 ottobre del Gen. Gastone Rossi, comandante della Divisione militare di Cagliari, con il quale chiedeva ai sardisti la loro collaborazione per la salvaguardia delle libertà costituzionali contro l’insurrezione fascista.
In questa temperie Vittorio Tredici, sapendo che i fascisti della Provincia volevano convergere sulla città, propose al Congresso di Nuoro di ammassare a Cagliari tutte le “ camicie grigie” e l’insieme dei reduci e dei sardisti, per liquidare una volta per sempre l’organizzazione politica del fascismo sardo.
Probabilmente collaborò col Direttorio sardista riunito il 30 ottobre in casa dell’On. Mastino che preparava, su impulso di Lussu, un piano di resistenza armata che divideva la Sardegna in sei zone e prevedeva l’occupazione delle caserme, la distribuzione di armi e munizioni ai pastori e contadini ex combattenti contando sulla scontata fraternizzazione con ufficiali e truppa.
Mentre i dirigenti sardisti prefiguravano il passaggio del potere civile a uomini del PsdAz da esercitare in sintonia con i militari, non sapevano ancora che il Re aveva subito revocato il decreto dello Stato d’assedio e dell’invito a Mussolini per formare il nuovo ministero
I dirigenti sardisti, tornati immediatamente a Cagliari e con una situazione ormai mutata rispetto alle premesse alle loro decisioni nuoresi, decisero di non dar seguito all’insurrezione e i fascisti che si attivavano per invadere Cagliari, come proposto da Vittorio Tredici, vennero contrastati coagulando tutto l’antifascismo, contrapponendo forza a forza e sfilando per la città preceduti dai Quattro mori, con una manifestazione di 20.000 persone che costrinsero i fascisti a ritirarsi.
Gli anni della resistenza sardista sino alla prima fusione del 1923 ed oltre le elezioni del 1925, furono costellati da scontri, violenze, omicidi, dei quali forse se ne è persa la memoria e che vide il potere fascista comprendere che non sarebbe stato agevole aver ragione di una sollevazione sarda, di un moto rivoluzionario di un popolo che poteva insorgere non volendo in nessun modo soggiacere ai fascisti capeggiati da Sorcinelli, l’industriale proprietario di miniere e del giornale l’Unione sarda.
Mussolini autorizzò per mezzo del Gen. Gandolfo una trattativa subito accettata dal PSdAz, con l’obbiettivo di fondere il fascismo col sardismo in un unico partito in Sardegna.
La riuscita della trattativa condotta da Emilio Lussu delegato con pieni poteri a questo fine dai sardisti e con Vittorio Tredici componente del Comitato paritetico presieduto dal Generale Gandolfo fu annunciata dallo stesso Emilio Lussu in un suo discorso alla Provincia di Cagliari.
Fu una lunga trattativa che portò alla definizione di una ipotesi di fusione che poi col ritiro di Lussu, non fu mai ratificata anche per l’opposizione ad ogni accordo di Camillo Bellieni e Francesco Fancello, gli ideologhi del sardismo e residenti allora in continente tenuti all’oscuro della trattativa, ma che continuò con Paolo Pili come interfaccia del Gen. Gandolfo.
In definitiva convinti dai termini dell’accordo e soprattutto dalla defenestrazione da ogni incarico dei fascisti sardi, gran parte del PsdAz confluì nel Partito fascista dando vita al cosiddetto Sardofascismo, nel quale dall’inizio ebbe un ruolo importante Vittorio Tredici che il 14 febbraio 1923 con la cosiddetta prima fusione divenne Segretario della prima sezione sardo-fascista di Cagliari e Vice Segretario della Federazione cagliaritana.
Per un primo periodo i sardisti e sardo-fascisti compreso Tredici continuarono a frequentarsi, scambiandosi opinioni e rispettandosi forse perché secondo Paolo Pili era stata creata da Emilio Lussu un’organizzazione segreta chiamata il Nuraghe già nel 1921 ma che venne attivata durante la crisi del sardo-fascismo per unire i sardisti indipendentemente dalla loro scelta politica divergente, per perseguire comunque unitariamente gli obbiettivi sardisti.
Tale organizzazione segreta costituita inizialmente con a capo Emilio Lussu, da Paolo Pili e Vitale Cao, secondo lo schema del triangolo massonico, avrebbe in seguito ammesso con altri sardisti e sardo-fascisti anche Vittorio Tredici.
Il 19 giugno 1923 il Consiglio comunale di Cagliari venne sciolto dal Gen. Gandolfo che nominò Commissario Vittorio Tredici che immediatamente smantellò il sistema clientelare del deposto Sindaco Dessì-Delipèri espressione del gruppo Sanna-Randaccio
Tredici fu prima Commissario prefettizio (1924-1926) e quindi podestà (1927-1928) di Cagliari dove operò con onestà ed efficienza.
Il 6 novembre 1924 fu approvata la Legge del Miliardo destinato alla Sardegna e vissuta dai sardofascisti come una grande vittoria.
Fu nominato segretario federale di Cagliari per il Partito Nazionale Fascista e divenne dirigente di numerose organizzazioni sindacali e corporative nonché segretario dei Sindacati dell’industria.
Nel 1929 approdò in Parlamento e per dieci anni dispiegò la sua azione come esperto minerario del regime. Si dedicò al rilancio dell’industria mineraria sarda e italiana con la creazione, nel 1936, dell’Azienda Minerali Metallici Italiani, di cui fu primo Presidente.
Negli anni 1935-1939 fu proprietario della miniera di piombo e argento di S’acqua Bona, nel complesso minerario di Ingurtosu (Arbus).
Fu inoltre uno dei fondatori della città di Carbonia (1937).
Esperto di questioni industriali e minerarie fu imprenditore, dirigente Sindacale, di Società , Enti del settore, Deputato nel Parlamento del Regno.
Trasferitosi a Roma operò sino a cadere in disgrazia presso il fascismo, sia perché il Regime ormai saldamente al potere operò uno smantellamento del sardofascismo i cui principali esponenti furono dimessi e anche perseguitati, sia per la sua opposizione all’entrata in guerra e alle politiche razziste e anti giudaiche del regime.
Deluso, meno oberato da impegni politici e di lavoro, prese parte più attivamente alla vita della sua parrocchia, la Chiesa di Santa Lucia nella circonvallazione Clodia.
Il parroco Ettore Cunial, suo intimo amico, raccontava che Vittorio Tredici era il “factotum dell’Azione Cattolica e delle opere di carità della Parrocchia”.
Il parroco Ettore Cunial per venire incontro ai più poveri aveva dato vita in quegli anni terribili alle “Comunità di palazzo” che divennero durante l’occupazione tedesca la base della rete di soccorso e resistenza nella quale Vittorio Tredici ebbe un ruolo di rilievo.
Dal 16 gennaio 1943, giorno d’inizio della razzia nazista nel Ghetto romano, Vittorio Tredici e la sua famiglia ospitarono e salvarono famiglie di ebrei che evitarono così di essere uccisi nei lager di sterminio nazisti, aiutandole anche oltre la Liberazione di Roma.
Un episodio in particolare, col rischio della vita sua e della famiglia, segnò all’inizio la sua attività di Giusto fra le nazioni.
Quella mattina, una giornata grigia e e fredda bagnata da pioggia insistente, un camion di militari tedeschi si fermò in via Sabotino 2a, di fronte all’abitazione di Tredici.
Era coperto da un telone scuro.
Alcuni curiosi si erano fermati ad osservare la scena.
Non si trattava di un normale trasporto di truppe.
Il camion era pieno di civili, uomini, donne, vecchi e bambini, ammassati insieme a valigie e pacchi.
Era iniziata la grande razzia degli Ebrei romani nella Roma occupata dai nazisti.
Prima dell’alba i tedeschi avevano bloccato le vie d’accesso alla zona del vecchio ghetto e cominciato a portare via le famiglie, casa per casa.
Nell’azione erano impegnate oltre ad un commando inviato appositamente da Adolf Eichman e guidato dal suo collaboratore fidato Denneker, alcune compagnie messe a disposizione dal comandante la piazza di Roma Stahel: in tutto 365 uomini.
Gli italiani, i fascisti, erano stati impegnati nell’organizzazione logistica dell’operazione.
La città era stata divisa in ventisei settori.
In ognuno di questi era operativa una squadra con uno o più camion che si muoveva in base ad un elenco nominativo su cui era indicato l’indirizzo di ogni famiglia ebrea.
I militari tedeschi cercavano in via Sabotino la famiglia Funaro: l’unica famiglia di ebrei che abitavano il palazzo.
Il portiere del palazzo, si accorse del pericolo e avvisò immediatamente i Funaro che si precipitarono fuori dell’appartamento che si trovava al quinto piano.
Con l’ascensore scesero al primo piano mentre i tedeschi salivano le scale.
Il portiere , con prontezza di spirito, li nascose prima nel vano dell’ascensore e poi avvertì Vittorio Tredici che li fece entrare nel suo appartamento, dove viveva con la moglie e i suoi nove figli.
I tedeschi nell’appartamento dei Funaro trovarono solo Rodolfo, il padre di Vittorio Funaro che era malato e immobilizzato a letto.
Il portiere disse loro che aveva una gravissima malattia infettiva e i tedeschi pur contrariati lasciarono lo stabile di via Sabotino a mani vuote.
Il camion, dopo essersi fermato agli altri indirizzi della zona, si diresse verso sud per il Lungotevere e a mezzogiorno raggiunse il punto di raccolta nel Collegio militare a Via della Lungara.
Qui 1265 persone, chi ancora in camicia da notte, chi vestito alla meglio sotto la minaccia delle armi e delle percosse, donne, bambini, uomini e anziani, vagavano per gli stanzoni cercando di riunire famiglie, darsi conforto, disperandosi.
Dopo due giorni i rastrellati vennero deportati su carri bestiame piombati ad Auschwitz.
Soltanto 15 fecero ritorno.
I Funaro nell’abitazione di Tredici ripresero fiato.
Rodolfo Funaro salì nel suo appartamento a prendere il padre malato e con l’aiuto di Tredici, trovò una sistemazione per la moglie Virginia e il figlioletto Massimo in un istituto di Suore a Monteverde.
Rodolfo, il padre Vittorio e la madre Ester Gay, trovarono rifugio altrove.
Successivamente Vittorio Tredici collaborò col Parroco Clunal per nascondere ebrei e ricercati e partigiani nei locali della Chiesa.
Vittorio Tredici era un cattolico praticante e frequentava la Parrocchia sopratutto dopo che il fascismo lo aveva deluso e respinto per la sua opposizione alla guerra e alle leggi razziste, per questo poté partecipare ad una delle reti di aiuto agli ebrei in fuga che vide laici e religiosi operare a Roma assieme e che salvarono così tanti ebrei dai nazifascisti.
L’attività di Tredici e del suo parroco non era un’eccezione nella Roma occupata dai nazifascisti che vide moltissimi romani trovare in quei mesi un coraggio ed una determinazione che forse neppure i tedeschi sospettavano, e che dimostrarono come le leggi razziali fossero respinte dalla coscienza della maggioranza della popolazione.
E’ stato stimato che oltre 4000 ebrei furono salvati dalle reti della chiesa cattolica e dai cittadini sino a quando gli Angloamericani entrarono nella Città eterna il 4 giugno del 1944 e la liberarono.
L’attività di Vittorio Tredici si estese al sostegno della Resistenza in Roma a rischio della vita e di quelle della sua famiglia.
Nel dopoguerra una sentenza di proscioglimento riconobbe che tutte le attività svolte da Vittorio Tredici durante il regime fascista erano state di natura tecnica e fu quindi assolto da ogni responsabilità nei crimini del fascismo.
Conseguentemente un provvedimento della Sezione speciale per le epurazioni del Consiglio di Stato lo reintegrò nel suo ruolo lavorativo che aveva ricoperto precedentemente.
Per le sue attività umanitarie, per aver rischiato la vita nel salvare da morte sicura famiglie di ebrei a rischio della propria vita, Vittorio Tredici ottenne postumo il riconoscimento di Giusto fra le Nazioni che gli fu conferito il 16 giugno 1997.
L’ambasciatore israeliano in Italia consegnò ai familiari una medaglia e un attestato il 20 novembre del 1997 e il suo nome fu iscritto sul “Muro d’onore” o “Muro dei giusti” nel Giardino dei Giusti del museo Yad Vashem a Gerusalemme.
La memoria di questi Giusti, perché anche altri sardi lo furono, non deve andare perduta e sarebbe cosa buona e utile se oltre a ricordarli, a loro venissero intitolate strade, piazze e scuole delle nostre città e paesi, e per questo l’Associazione Chenàbura si attiverà per sollecitare a farlo gli amministratori pubblici.
il Presidente dell’Associazione Chenàbura-Sardos pro Israele
Mario Carboni
BIBLIOGRAFIA
Camillo Bellieni
Scritti 1919-1925
A cura di Luigi Nieddu
Edizione Gallizzi
Dopoguerra e fascismo in Sardegna
di Salvatore Sechi
Fondazione Luigi Einaudi
Dal combattentismo al fascismo
di Luigi Nieddu
Vangelista editore
Il Podestà “Giusto d’Israele”
Vittorio Tredici
il fascista che salvò gli ebrei
di Gabriele Rigano
Guerini studio
Vittorio Tredici “Cooperative di consumo e di lavoro” <Il Solco, 22-23 ottobre 1922>.
Associazione Chenàbura-Sardos pro Israele
chenabura@gmail.com
sardosproisraele@gmail.com
cagliari@federazioneitaliaisraele.it
cell. 3396928227

Da leggere attentamente e sino in fondo, battaglia importantissima affinche la lingua sarda ( e catalana ) non sia classificata di serie B e discriminata dal nuovo colonialismo linguistico italiano.

Ill.mo Senatore
Presidente Cagliari
del Senato della Repubblica
Dott. Pietro Grasso
Piazza dei Caprettari n°79
00186 – Roma
Egregio Presidente,
Il sottoscritto Mario Carboni, nato il 15 ottobre 1945 a Ittiri ( SS ) e
residente in vico III dei Genovesi n.1 09124 Cagliari, c.f.
crbmra45r15e377j, in qualità di Coordinatore e per conto del Comitadu
pro sa limba sarda – Comitato per la lingua sarda, storica Associazione per
la difesa dei diritti linguistici e portatrice d’interessi culturali, identitari e
diritti civili del popolo sardo e suo personale, con la seguente petizione
intende, sottoponendole alla Sua cortese attenzione, esprimere valutazioni
e proposte rispetto al testo del disegno di legge di ratifica ed esecuzione
della Carta europea delle lingue regionali o minoritarie , fatta a Strasburgo
il 5 novembre 1992, attualmente all’esame del Senato nelle Commissioni
1° ( Affari Costituzionali ) e 3° ( Affari esteri, emigrazione ) riunite in
sede referente.
Auspicando che il Parlamento ratifichi in tempi brevi questo importante
documento del Consiglio d’Europa firmato nel lontano anno 2000, con la
presente chiede cortesemente di valutare l’inoltro delle seguenti
osservazioni e proposte alle Commissioni succitate in maniera che
considerandole un contributo ne possano positivamente tenere conto nel
corso dei loro importantissimi lavori.
distinti saluti
Mario Carboni
CONSIDERAZIONI, VALUTAZIONI E PROPOSTE SULLA RATIFICA DELLA CARTA
EUROPEA DELLE LINGUE REGIONALI O MINORITARIE E SULLE PRESCRIZIONI
DELL’ALLEGATO A DEL DISEGNO DI LEGGE IN ESAME AL SENATO NELLE
COMMISSIONI 1°( AFFARI COSTITUZIONALI ) E 3° ( AFFARI ESTERI,
EMIGRAZIONE ) RIUNITE IN SEDE REFERENTE, DA PARTE DEL “ COMITADU PRO
SA LIMBA SARDA – COMITATO PER LA LINGUA SARDA”.
L’impegno del “Comitadu pro sa limba sarda” con la legge d’iniziativa popolare per l’attuazione del
bilinguismo in Sardegna, permise nell’ormai lontano 1978 l’inizio di un processo democratico utile
per bloccare un vero e proprio genocidio linguistico e culturale ai danni dei sardi .
Nell’inerzia del Parlamento italiano che non prese in alcuna considerazione le proposte di legge di
parlamentari e di iniziativa regionale, conseguenti alla proposta di legge regionale di iniziativa
popolare citata, sottoscritta a suo tempo da un vero e proprio movimento di popolo, la Regione
Autonoma della Sardegna approvò il primo testo legislativo a riconoscere ufficialmente il sardo
come lingua : la legge regionale 15 ottobre 1997 n. 26 – Promozione e valorizzazione della cultura
e della lingua della Sardegna, per poter realizzare iniziative volte a sostenere il ruolo della lingua
sarda e delle varietà linguistiche alloglotte presenti nell’isola .
Questo risultato storico premiava la battaglia popolare per la lingua dei sardi condotta dal
“Comitadu pro sa limba sarda” durante un ventennio.
Le iniziative regionali conseguenti, in assenza di una legislazione statale, risposero adeguatamente
alla presa di coscienza culturale dei sardi in campo linguistico e per un allargamento concettuale
dell’Autonomia speciale a questa realtà identitaria, assente nella precedente fase autonomistica..
Successivamente la forte spinta delle Nazioni senza Stato e minoranze linguistiche europee trovò
espressione nel 1992 nella Carta europea delle lingue regionali o minoritarie del Consiglio
d’Europa, sottoscritta nel 2000 ma ancora in corso di ratifica da parte del Parlamento italiano.
Successivamente con la legge 302/1997 la ratifica ed esecuzione da parte dello Stato italiano della
Convenzione-quadro per la protezione delle minoranze nazionali, fatta a Strasburgo il 1° febbraio
1995 del Consiglio d’Europa, ha di fatto sancito per la sarda la condizione di minoranza nazionale
come previsto dalla Convenzione stessa.
Non è inutile sottolineare come la sarda sia la più grande per numero di parlanti fra le minoranze
linguistiche della Repubblica così come sono definite nell’articolo 6 della Costituzione italiana..
Secondo il Comitadu pro sa limba sarda, le violazioni della Convenzione-quadro europea da parte
della Repubblica italiana nei riguardi della minoranza nazionale sarda, con una grave emergenza
nella Scuola, nell’Università, nella Giustizia, nei Media e in altri ambiti della vita dei sardi, sono
purtroppo evidenti per cui il Comitadu pro sa limba sarda sta studiando un ricorso al Consiglio
d’Europa sulle violazioni dei diritti civili e linguistici dei sardi.
Solo successivamente e con grave ritardo, per rispondere alle prescrizioni della Carta delle lingue
europee regionali o di minoritarie, ancorché non ancora ratificata, e sopratutto della successiva
Convenzione-quadro che estendeva la tutela a tutti i diritti civili ed umani delle minoranze nazionali
degli Stati firmatari e ratificanti, il Parlamento approvò la legge 15 dicembre 1999, n. 482 “ Norme
in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche” in attuazione dei principi della
Costituzione ( articoli 3 e 6 ) con la quale sia la lingua sarda che la catalana di Alghero venivano
finalmente riconosciute e tutelata al pari delle altre minoranze linguistiche elencate nella legge
stessa..
Questa legge, secondo il parere del “Comitadu pro sa limba sarda”, pur sancendo positivamente il
riconoscimento della lingua sarda e del catalano di Alghero, fino ad allora addirittura negate nella
loro esistenza, in quanto lingue autonome ed originali e aventi diritto alla tutela costituzionale, non
corrisponde sufficientemente né alla Carta delle lingue europee minoritarie né alla Convenzione
quadro del Consiglio d’Europa e sopratutto non viene in gran parte applicata ed è dotata di risorse
finanziarie insufficienti al compito e che diminuiscono drammaticamente col trascorrere degli anni.
Per questo nei fatti, la lingua sarda è sotto costante attacco, regredisce e gli effetti sono più evidenti
nel mondo della scuola e dei media, per cui in particolare i giovani sardi subiscono, a partire
dall’educazione prescolastica un’opera di pacifica ma violenta desardizzazione e assimilazione che
è il contrario di una politica linguistica indirizzata al bilinguismo, alla democrazia linguistica e al
rispetto dei diritti civili ed umani dei sardi che dalla sua nascita sono lo scopo del Comitadu pro sa
limba sarda.
Premesso che “il rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze
“ come specificato dal Trattato di Lisbona entrato in vigore alla fine del 2009 è uno dei principi
base dell’Unione Europea, il Comitadu pro sa limba sarda pur giudicando negativamente il fatto che
lo Stato italiano, non abbia ancora ratificato la Carta europea delle lingue regionali o minoritarie
approvata a Strasburgo nell’ormai lontanissimo 1992 e avendola firmata solo nel lontano anno 2000,
ritiene di dover contribuire positivamente come disposto dall’articolo 50 della Costituzione, con
osservazioni e proposte in relazione all’iter legislativo attualmente in corso al Senato per la sua
ratifica.
In tutti questi anni la mancata ratifica, ha contribuito decisamente al regresso del numero dei
parlanti la lingua sarda e catalana, e ha comportato giuridicamente e legislativamente ai fini della
protezione della minoranza linguistica sarda e catalana molti gravi problemi e limiti di carattere
normativo che influenzano anche la possibilità di legiferare meglio in materia.
La mancata ratifica rappresenta un ostacolo per la piena attuazione degli articoli 3 e 6 della
Costituzione che sono attualmente attuati sufficientemente soltanto a vantaggio dei gruppi
linguistici dell’Alto Adige/Südtirol, della Valle d’Aosta e degli sloveni del Friuli.
La minoranza storica sarda è invece discriminata e gode in realtà, pur essendo riconosciuta con la
mai completamente attuata legge 482/99 , di una protezione di gran lunga minore rispetto ai gruppi
linguistici succitati contrariamente a quanto disposto dalla Carta Costituzionale e dai Trattati
internazionali in materia, in contraddizione con lo specifico obbiettivo chiaramente espresso nella
Carta nella misura 2 dell’articolo 7 della Carta europea delle lingue europee regionali o minoritarie.
Basti ricordare la discriminazione nelle leggi elettorali per il Parlamento italiano e quello europeo,
la discriminazione per il dimensionamento delle autonomie scolastiche e la sostanziale e
macroscopica assenza della lingua sarda nell’insieme dell’insegnamento, dall’inizio della formazione
prescolastica all’Università, nella Giustizia e nei Servizi pubblici.
Nei Media con doveri di servizio pubblico la lingua sarda viene presa in considerazione
sporadicamente e solo nella radiofonia ma indirizzandone l’uso verso un’esotica folklorizzazione o
il ricordo del buon tempo passato di una lingua da assistere come ormai moribonda con una dolce
eutanasia linguistica, invece di utilizzarla come lingua viva e vegeta, normale, veicolare, nella
comunicazione e informazione oltre che radiofonica anche in quella televisiva ed elettronica , con lo
stesso valore della lingua ufficiale dello Stato, come sarebbe invece possibile con l’istituzione di una
rete radiotelevisiva in lingua sarda, alla stregua di quanto previsto per minoranze linguistiche più
tutelate della Repubblica e per le principali europee.
Già in passato nella XIV, XV e XVI legislatura la Camera dei deputati approvò un disegno di
legge di ratifica della Carta europea delle lingue regionali e minoritarie senza che l’iter legislativo
potesse concludersi compiutamente al Senato e con la conseguente ratifica .
Tuttavia il Comitadu pro sa limba sarda, apprezza e sostiene l’ennesimo tentativo di ratifica della
Carta delle lingue regionali o minoritarie da parte del Parlamento, ad iniziare dal suo esame in
Senato e ne auspica un risultato positivo sopratutto nei contenuti che non devono in nessun modo
discriminare la lingua sarda rispetto ad altre lingue regionali.
Nella presente XVII legislatura è in esame, presso le Commissioni del Senato 1° Affari
Costituzionali ) e 3° ( Affari esteri, emigrazione) riunite , il disegno di legge N. 560 adottato come
testo base con tutte le modifiche approvate nel corso dell’esame in sede referente.
Il Comitadu pro sa limba sarda, osservando che il Voto indirizzato dal Consiglio regionale della
Sardegna, pur esprimendo interesse e sollecitazione per una sollecita approvazione della Carta
europea, non contiene indicazioni utili per una definizione dell’allegato A relativamente al sardo e
al catalano, che non sono stati presentati documenti, memorie o proposte, esperite audizioni di
singoli, associazioni, istituti che operano per la tutela linguistica dei sardi e neppure risultano
risultati di missioni di indagine nel territorio della minoranza linguistica regionale per valutare in
loco la situazione della lingua regionale ed esigenze e proposte e pur apprezzandone l’attività non
essendo il CONFEMILI rappresentativo della minoranza linguistica sarda né del vasto e operoso
mondo delle Associazioni, Enti ed operatori che tutelano la lingua sarda e catalana, ha deciso di
inviare il proprio punto di vista alle Commissioni 1° e 3° riunite in sede referente.
Il testo in esame da parte delle Commissioni è stato attentamente esaminato dal “Comitadu pro sa
limba sarda” che, pur notando la mancanza di una previsione di un’apposita attività di monitoraggio
finalizzata a verificare lo stato di attuazione degli interventi previsti dalla Carta e dalla legge di
ratifica, concordando sui contenuti dei 6 articoli che lo compongono, ha però particolarmente
soffermato la propria attenzione sull’allegato A annesso al testo di legge in esame e che costituisce
il cuore operativo della ratifica, esprimendo di seguito valutazioni e conseguenti proposte di
modifica e integrazioni, alle quali viene allegata, con testo a fronte, la proposta del Comitadu pro sa
limba sarda di allegato A con le misure che si ritiene siano le migliori per la lingua sarda e il
catalano d’Alghero.
Nel dettaglio, nell’allegato A del disegno di legge n. 560 agli atti delle Commissioni 1° ( Affari
Costituzionali ) e 3° ( Affari esteri, emigrazione ) riunite in sede referente si osserva e si
propone quanto segue:
Nell’Articolo 8 – Insegnamento
paragrafo 1:
in merito alla garanzia dell’educazione prescolastica la misura di cui al capoverso a(i) scelta a
favore dell’insegnamento del sardo e del catalano , come per tutte le altre lingue minoritarie e atta <
a garantire l’educazione prescolastica nelle lingue regionali e minoritarie > viene valutata
positivamente e se ne chiede la conferma.
Per quanto riguarda l’insegnamento primario differentemente che per le lingue parlate dalle
popolazioni germaniche dell’Alto Adige/Südtirol e slovene con la misura di cui al capoverso b(i),
parlanti il francese con la misura di cui al capoverso (bii) e parlanti il ladino con la misura di cui al
capoverso (biii), per le quali si scelgono tutele differenziate fra di loro ma forti, per il sardo ( e il
catalano ) che è la lingua regionale con il più alto numero di parlanti della Repubblica, si adotta la
misura di cui al capoverso b(iv) con il quale lo Stato italiano s’impegna debolmente < ad applicare
una delle misure di cui ai capoversi i-iii succitati almeno agli allievi le cui famiglie lo desiderano
e il cui numero è ritenuto sufficiente >.
Con questa scelta oltre a declassare il diritto collettivo della nazionalità sarda alla propria lingua ad
un anacronistico diritto individuale volontario basato sui fuochi medioevali richiedenti o meno la
tutela e che rischia di generare delle riserve indiane su base linguistica , la lingua sarda ( e il
catalano ) viene discriminata e ridotta a lingua di serie B rispetto ad altre più tutelate, restando
ancora sulla soglia della scuola impedendole di entrarne a regime come lingua normale di studio e
veicolare, confermando una ormai secolare azione tendente alla sua graduale scomparsa e la radice
del più alto tasso di dispersione ed abbandono scolastico della Repubblica.
Si propone per il sardo e il catalano l’indicazione della misura di cui al capoverso b(ii) .
Per l’insegnamento secondario viene ripetuta l’identica scelta discriminatoria per il sardo ( e il
catalano ) relegandolo sempre come lingua di serie B nella tutela prevista dalla misura c(iv) atta
molto debolmente < ad applicare una delle misure di cui ai capoversi i-iii succitati almeno agli
allievi le cui famiglie lo desiderano e il cui numero è ritenuto sufficiente > mentre per le
popolazioni germaniche dell’Alto Adige/Sudtirol e slovene, parlanti il francese ed il ladino sono
garantite tutele forti e rispettivamente ai capoversi c(i), c(ii) e c(iii), rafforzando il processo di
desardizzazione linguistica e di cancellazione della propria identità come popolo parlante una lingua
regionale di giovani ragazzi e ragazze sardi già iniziato purtroppo e con gravi danni nell’educazione
prescolastica e nella scuola primaria ove la lingua sarda non solo è sconosciuta ma ancora
largamente combattuta.
Si propone per il sardo e il catalano l’indicazione della misura di cui al capoverso c(ii) .
Per l’insegnamento tecnico-professionale, la lingua sarda ( e catalana ) è esclusa totalmente da
qualsiasi uso e insegnamento, aggiungendo alla completa discriminazione linguistica rispetto alle
tutele di cui ai capoversi d(i), d(ii) e d(iii) previste rispettivamente per le lingue delle popolazioni
germaniche dell’Alto Adige/Südtirol e slovene, parlanti il francese ed il ladino, una ulteriore e
aggiuntiva gravissima discriminazione sociale per i giovani sardi che scelgono l’istruzione
tecnico-professionale e considerati di serie B rispetto ad altri giovani sardi che non fanno questa
scelta.
Si propone per il sardo e catalano l’indicazione della misura di cui al capoverso d(ii) .
Rispetto alla previsione dell’insegnamento universitario e altre forme di insegnamento
superiore, nessuna misura di protezione, uso ed insegnamento è stata adottata per nessuna lingua ,
in contraddizione con quanto sottolineato nella presentazione del testo di legge ai senatori.
Le lingue minoritarie della Repubblica subiscono così ( in realtà non tutte ) una forte
discriminazione in campo accademico e nell’alta formazione, contravvenendo al principio/ obiettivo
fondante indicato nel paragrafo 1 lettera h dell’articolo 7 della Carta stessa e che impegna tutte le
Parti al < promovimento degli studi e della ricerca sulle lingue regionali o minoritarie nelle
università o negli studi superiori > .
Questa discriminazione è più evidente per alcune lingue regionali o minoritarie in quanto i parlanti
il francese, il tedesco dell’Alto Adige/Südtirol ( con il ladino ) e lo sloveno, oltre a godere di
particolari autonomie e competenze rispetto alle loro strutture universitarie anche in campo
linguistico, agevolmente possono rivolgersi per gli studi e ricerche sulle/nelle loro lingue a strutture
universitarie e di alta formazione in Francia, Germania, Austria e Slovenia, mentre tutte le altre
lingue minoritarie, sardo ( e catalano ) compreso pur potendo rivolgersi a due Università , risultano
discriminate e considerate di serie B.
Aggiuntivamente si osserva che pur inattuata sostanzialmente la possibilità di insegnare il sardo ( e
il catalano ) nell’Università è già prevista dalla legge 482/99 e con questa scelta si avrebbe una
diminuzione delle tutele invece che un rafforzamento generalmente auspicato attraverso la ratifica.
Ritenendo indispensabile il ruolo delle Università sarde per una tutela vera e completa, si propone
l’applicazione al sardo ( e al catalano) della misura prevista al capoverso e(i) .
Nei riguardi dei corsi di educazione degli adulti o corsi di formazione permanente, scegliendo le
misure di cui ai capoversi f(ii) ed f(iii) si contribuisce positivamente ad una politica di promozione
delle lingue minoritarie e sufficientemente per quanto riguarda il sardo ed il catalano.
Si propone la conferma dell’indicazione per il sardo e il catalano delle misure previste ai capoversi
f(ii ed f(iii .
Analogamente si ritengono adottate a livello soddisfacente le misure:
g per garantire l’insegnamento della storia e della cultura di cui la lingua regionale o minoritaria
è l’espressione
h per garantire la formazione iniziale e permanente degli insegnanti
i per istituire uno o più organi di controllo incaricati di seguire le misure adottate e i progressi
fatti nell’istituzione e nello sviluppo dell’insegnamento nelle lingue minoritarie.
Si propone quindi la conferma delle scelte riguardo le lettere le misure a, h, e i .
Nell’Articolo 9 – Giustizia
In merito alla Giustizia lo Stato con la ratifica della Carta si impegna a garantire l’uso della lingua
minoritaria nell’ambito della Amministrazione giudiziaria.
Si osserva che risulta poco comprensibile il divario fra la tutela riconosciuta alla lingua parlata dalle
popolazioni germaniche dell’Alto Adige/Südtirol e quella solo di poco inferiore prevista per lo
sloveno, rispetto a tutte le altre minoranze storiche riconosciute proprio in un campo dove la
Giustizia dovrebbe essere uguale per tutti senza discriminazioni linguistiche per nazionalità.
Questo ambito riveste per la lingua sarda ( e catalana ) una grande importanza, non certo inferiore
all’ingresso della lingua di minoranza nella scuola.
Nella proposta in esame invece la questione appare molto sottovalutata limitandosi a una misura che
rischia di essere anche arretrata rispetto ai diritti dei parlanti lingue minoritarie riconosciuti
dall’articolo 109 del Codice di procedura penale.
A maggior ragione in questo caso, siccome con la Ratifica anche una indicazione di tutela al
ribasso, ritenuta più realistica, aprirebbe un lungo percorso di attuazione atto a superare le
ingiustizie e i danni subiti dalle lingue minoritarie ritenute di serie B e così palesemente
discriminate rispetto alla serie A dell’Alto Adige/Südtirol, dovrebbe indurre i legislatori ad innalzare
sino al massimo le tutele per tutte le lingue minoritarie ed in particolare per note ragioni storiche e
culturali insite nella Questione sarda per il sardo ( e il catalano ) avendo come prospettiva
dell’applicazione graduale il raggiungimento nel medio periodo delle condizioni
altoatesine/südtirolesi.
Per questo, ferma restando l’evidenza della discriminazione linguistica, le proposte del “Comitadu
pro sa limba sarda”, pur avanzate non si spingono sino ai limiti teorici applicabili ma giocoforza
non abbastanza realistici di parificazione immediata con le tutele previste in Alto Adige/Südtirol,
confidando in ulteriori future norme di miglior favore, previste dalla Carta al paragrafo 2
dell’articolo III che abbisognano per essere raggiunte di una partenza di base forte e capace di
innescare una crescita autopropulsiva delle lingue finora neglette e sostanzialmente minacciate di
scomparsa.
Per questo, riguardo alle procedure penali, per la lingua sarda ( e catalana ) si propone l’adozione
delle misure di cui ai capoversi a(ii) , a(iii) e a(iv).
Relativamente alle procedure civili la proposta in esame, assegnando al sardo e al catalano le tutele
previste dalle misure di cui ai capoversi b(ii) e b(iii) risulta soddisfacente e pur confermando le
osservazioni precedentemente espresse per le procedure penali, se ne propone la conferma.
Nel caso delle procedure dinanzi alle giurisdizioni competenti in materia amministrativa la
proposta in esame tutela esclusivamente le lingue delle popolazioni germaniche dell’Alto
Adige/Südtirol con le misure di cui ai capoversi c(i) , c(ii) , c(iii) ) e ladine al capoverso c(iii) ,
escludendo da questa importantissima misura tutte le altre lingue di minoranza.
Ricordando ulteriormente come la lingua della minoranza linguistica sarda sia la maggiore per
numero di parlanti della Repubblica, anche per sanare questa evidente e ingiusta discriminazione si
propone per la lingua sarda ( e catalana ) l’adozione delle misure di cui ai capoversi c(ii) e c(iii).
In coerenza con le proposte relative ai capoversi (iii) delle misure b e c succitate affinché
l’impiego eventuale di interpreti e traduttori non causino spese aggiuntive agli interessati si
propone per la lingua sarda ( e catalana ) l’adozione delle prescrizioni della misura d .
Nell’Articolo 9, paragrafo 2.
Per la validità di atti giuridici in lingue minoritarie, analogamente alle tutele previste per le
lingue parlate dalle popolazioni germaniche dell’Alto Adige/Südtirol, slovene e di quelle parlanti il
francese e il ladino, si propone anche per il sardo ( e catalano ) la tutela descritta nella misura c .
Nell’Articolo 10, paragrafo 1:
Riguardo all’uso della lingua nelle circoscrizioni dello Stato, osservando che per il sardo ( e
catalano ) si propongono le misure di cui ai capoversi a(ii) e a(iv) nettamente meno garantiste
rispetto alle disposizioni del capoverso a(i) indicate per la lingua delle popolazioni germaniche
dell’Alto Adige/Südtirol e del capoverso a(iii) per lo sloveno ed il ladino , si propone che per il
sardo ( e catalano ) , superando parzialmente il trattamento discriminatorio, si confermi l’adozione
delle misure di cui ai capoversi a(ii) e a(iv) aggiungendo le disposizioni previste dai capoversi a(iii)
e a(v) e dalla misura b in aggiunta alla misura c indicata nella proposta in esame.
All’Articolo 10 paragrafo 2:
Si osserva che nella proposta vengono scelte per il sardo ( e catalano ) tutte le misure previste nel
paragrafo, comprendendo la misura d) che impegna le Parti a permettere e/o a promuovere la
pubblicazione in sardo e catalano dei loro testi ufficiali da parte delle collettività locali.
Viene esclusa inspiegabilmente per il sardo ( e catalano ) l’indicazione della misura c con
l’impegno delle Parti a a permettere e/o promuovere < la pubblicazione da parte delle collettività
regionali dei loro testi ufficiali anche nelle lingue regionali o minoritarie > che invece è
riservata alle lingue parlate dalle popolazioni germaniche dell’Alto Adige/Südtirol e di quelle
parlanti il francese.
In maniera illogica e discriminante, oltre alla lingua sarda e catalana, anche la Regione Sardegna
viene differenziata rispetto ad altre Regioni anch’esse ad Autonomia speciale e paradossalmente
anche nei riguardi delle collettività locali sarde che invece potranno usare il sardo ( e il catalano )
nei loro documenti ufficiali. In poche parole la Regione non potrebbe pubblicare in sardo e
catalano mentre ad esempio lo potrebbero fare i Comuni.
Si propone quindi di aggiungere alla proposta per il sardo e il catalano le disposizioni previste alla
misura c .
All’Articolo 10, paragrafo 3 :
Per quanto concerne i servizi pubblici assicurati dalle autorità amministrative o da terzi per
conto di queste ultime nelle lingue regionali o minoritarie, si fa notare che nessuna misura è
applicata per il sardo ( e il catalano ) configurando uno discriminazione grave a carico della lingua
regionale della Sardegna e del catalano d’Alghero rispetto a quanto previsto per la lingua parlata
dalle popolazioni germaniche dell’Alto Adige/Südtirol e di quelle parlanti il francese con la misura
a e anche rispetto alle lingue parlate dalle popolazioni slovene e ladine con la misura b .
Si propone quindi di indicare per il sardo e il catalano d’Alghero le disposizioni previste nella
misura a .
All’Articolo 10, paragrafo 4 :
Si rileva che le misure a, b e c ai fini dell’applicazione delle disposizioni dei paragrafi 1, 2 e 3 sono
molto soddisfacenti e se ne propone la conferma.
All’Articolo 10, paragrafo 5 :
Riguardo all’uso e adozione a richiesta di patronimici nelle lingue regionali o di minoranza,
l’indicazione positiva per il paragrafo e pienamente soddisfacente sia per la lingua sarda che per il
catalano d’Alghero. Si propone la conferma della scelta del paragrafo 5 .
All’Articolo 11, paragrafo 1 – Mezzi di comunicazione di massa.
Premettendo che la difesa, salvaguardia e sviluppo delle lingue regionali o minoritarie, fortemente
depotenziate e indirizzate spesso ad una loro scomparsa si basa sull’applicazione di svariate
prescrizioni attraverso le quali la Carta delle lingue regionali o minoritarie risponde alla funzione di
valido strumento di contrasto nei riguardi di politiche linguistiche negative attuate da parte di poteri
statali centralisti e linguisticamente non democratici,
All’interno di questi provvedimenti, tutti importanti, indicati per la ratifica alla scelta discrezionale
degli Stati secondo le indicazioni dell’articolo 1 paragrafo 2 della Carta stessa, sono di valore
capitale per la vita delle lingue regionali o di minoranza le scelte relative alla scuola ed
all’insegnamento, ma non meno importanti, sopratutto nella Società dell’informazione e della
comunicazione nella quale tutti siamo immersi, risaltano le scelte delle disposizioni riguardanti i
mezzi di comunicazione di massa , sempre più decisive in sinergia con le disposizioni di maggior
favore per l’insegnamento per invertire il declino delle lingue regionali o minoritarie e renderle di
uso normale e non subalterno, sia per i parlanti, per chi è diglottico e per chiunque appartenente o
meno alla minoranza nazionale sarda intenda imparare la lingua sarda ( e catalana ) senza
conoscerla.
Per lingue di minoranze nazionali europee come la sarda o lingue minoritarie interne quali il
catalano d’Alghero, senza escludere le altre lingue alloglotte presenti in Sardegna e già tutelate con
legge regionale, questa parte della Carta delle lingue europee regionali o minoritarie assume
importanza capitale, essendo i sempre più moderni mezzi di comunicazione di massa capaci di
cancellare lingue e culture regionali o di minoranza con velocità ed efficacia prima sconosciute,
come al contrario poter giocare il ruolo di principale strumento democratico di resistenza, rinascita
e normalizzazione nel loro normale uso giornaliero, in pariteticità e senza antagonismi con le
lingue maggioritarie o di Stato in un regime democratico di ufficialità e plurilinguismo.
Per questo risulta non accettabile, in questo campo, alcuna discriminazione linguistica in quanto
non solo caratterizzerebbe una ipocrita tutela attenuata ma per la sua carica venefica e glottofagica
costituirebbe la conferma di una violazione grave di uno dei principali diritti civili ed umani
del popolo sardo relativo alla vita e sviluppo normale e riconosciuto della propria lingua e cultura.
Conseguentemente si nota che la proposta di accettazione delle prescrizioni di cui al capoverso
a(iii) nella parte relativa alla misura in cui la radio e la televisione abbiano una missione di
servizio pubblico, discrimina pericolosamente la lingua sarda ( e il catalano ) quando non tiene
conto tra l’altro della presenza nel territorio del maggior numero di parlanti appartenenti alla
minoranza nazionale sarda ( Articolo 1 misura (b della Carta ) , come viene definita dalla
Convenzione-quadro sulla protezione delle minoranze nazionali del Consiglio d’Europa e già
ratificata dalla Repubblica italiana, ovvero della minoranza linguistica sarda come definita
nell’articolo 6 della Costituzione italiana e individuata dalla sua legge di attuazione 482/99, rispetto
ad altre minoranze linguistiche della Repubblica e delle complessive ragioni storiche e culturali
particolarmente importanti che la caratterizzano come l’isolamento geografico, la bassa densità di
abitanti e la residenza nella grande isola del Mediterraneo più lontana dal continente europeo .
La misura di cui al capoverso a(iii) proposta per il sardo e catalano inoltre viene giudicata nella
sostanza molto insufficiente in quanto prevede un generico impegno ad adottare disposizioni
adeguate affinché le emittenti diffondano programmi nelle lingue regionali e minoritarie, non
adeguato alle necessità e facilmente minimizzabile ed eludibile come già accade nell’applicazione
della legge 482/99..
Diversamente e opportunamente viene indicata per le minoranze linguistiche considerate di serie A,
germanica dell’Alto Adige/Südtirol, slovena, francese e addirittura ladina la misura di cui al
capoverso a(i) atta a garantire l’istituzione di almeno una stazione radiofonica e di una rete
televisiva nelle lingue regionali o minoritarie, ma ingiustamente per ragioni di mancata tutela
linguistica e in questo caso di mancata considerazione di importanti fattori negativi di rilevanza
geografica, la stessa scelta non è stata ripetuta per le popolazioni parlanti il sardo e il catalano
d’Alghero, ancora una volta ritenute di serie B.
Per questo si propone di indicare aggiuntivamente come scelta per il sardo e il catalano la misura
di cui al capoverso a(i) atta a garantire anche in Sardegna l’istituzione di almeno una stazione
radiofonica e di una rete televisiva nelle lingue regionali o minoritarie e la conferma del
capoverso a(iii) affinché le emittenti in lingua italiana diffondano anche programmi nelle lingue
minoritarie della Sardegna.
Per ciò che riguarda l’impegno relativo alle trasmissioni radiotelevisive di soggetti che non abbiano
una missione di servizio pubblico e quindi per promuovere il pluralismo nell’informazione e
comunicazione anche privata si propone per il sardo e il catalano di Alghero l’indicazione per la
radiofonia delle prescrizioni indicate nella misura b, per l’emittenza televisiva le prescrizioni di
cui al capoverso c(i) e, per promuovere e/o facilitare la produzione e l’emissione di programmi
audio e audiovisivi, si chiede la conferma della scelta della misura d .
Risultando molto importante, dato il valore dell’informazione su carta, sempre di più diffusa
elettronicamente, il promuovere e/o facilitare l’istituzione e/o il mantenimento di almeno un
organo di stampa nelle lingue regionali o minoritarie, si propone superando la discriminazione
insita nella proposta in esame di estendere al sardo ( e catalano ) la scelta della misura di cui al
capoverso e(i) come previsto per le popolazioni germaniche dell’Alto Adige/Südtirol, slovene e di
quelle parlanti il francese e il ladino.
Per il sardo ( e catalano ) inoltre e in coerenza con le proposte precedenti si propone l’indicazione
della misura di cui al capoverso f(i) e la misura g riguardanti rispettivamente il sostegno per le
spese supplementari dei media che usano il sardo e catalano e il sostegno per la formazione di
giornalisti e altro personale per i media che utilizzano le lingue di minoranza.
All’Articolo 11 paragrafi 2 e 3:
Gli impegni garantiti alla lingua sarda ( e catalana ) con la scelta dei paragrafi 2 e 3 sono
soddisfacenti. E se ne propone la conferma.
All’Articolo 12, paragrafo 1 : Attività e infrastrutture culturali.
In aggiunta alla positiva scelta per il sardo e catalano delle prescrizioni indicate nei paragrafi a, b, c,
d, f, g, e h si propone di completare la tutela con le disposizioni del paragrafo e < per favorire la
messa a disposizione degli organismi incaricati di intraprendere o di sostenere diverse forme di
attività culturali del personale che padroneggia la lingua regionale e minoritaria, oltre alla(e)
lingua(e) del resto della popolazione>.
All’Articolo 12, paragrafi 2 e 3.
Dato l’altissimo numero di sardi residenti fuori dalla Sardegna, spesso organizzati in una rete di
Associazioni dei sardi, affinché non perdano e sviluppino la loro identità linguistica, si propone per
una loro specifica attuazione relativamente al sardo ( e catalano ) la scelta dei paragrafi 2 e 3
All’Articolo 13 – Vita economica e sociale, paragrafo 1 :
Anche se in maniera generica e poco vincolante, la misura di cui alla lettera c proposta, impegna
lo Stato ad opporsi in maniera sufficiente alle pratiche che tendano a scoraggiare l’uso della
lingua di minoranza nell’ambito delle attività economiche e sociali, se ne chiede pertanto la
conferma per il sardo e il catalano.
All’Articolo 13 – paragrafo 2 :
La proposta in esame applica le misure di protezione in modo soddisfacente solo per la lingua delle
popolazioni germaniche dell’Alto Adige/Südtirol, mentre la protezione indicata per il sardo e il
catalano al paragrafo d è insufficiente e non soddisfacente per cui si chiede per il sardo ( e
catalano ) l’adozione aggiuntiva delle prescrizioni previste al paragrafo b per < quanto riguarda le
competenze delle autorità pubbliche in settori economici e sociali sotto il loro controllo ad
effettuare azioni che promuovano l’uso delle lingue regionali e minoritarie > e al paragrafo c in
maniera che < veglino affinché le infrastrutture sociali quali ospedali, case di riposo e foyer,
offrano la possibilità di ricevere e di curare nella loro lingua i parlanti di una lingua regionale o
minoritaria che necessitino di cure per motivi di salute, età o altro >.
All’Articolo 14, scambi transfrontalieri.
La misura di protezione per il sardo al paragrafo b è sufficiente e se ne propone la conferma.
—SEGUONO PROPOSTE DI MODIFICA DELL’ALLEGATO A CON TESTO A FRONTE–
———-oooo———-
Per
il Comitadu pro sa limba sarda – Comitato per la lingua sarda
Il Coordinatore
Mario Carboni

 

PROPOSTA ALTERNATIVA DEL COMITADU PRO SA LIMBA SARDA

( Da leggere confrontando le misure scelte con la Carta Europea   http://www.cesdomeo.it/doc/europea2.pdf   )

ALLEGATO A

(come previsto nell’Articolo 3)

 

DISPOSIZIONI DELLA CARTA EUROPEA

DELLE LINGUE REGIONALI O MINORITARIE

 

Articolo 8, paragrafo 1:

 

a(i): lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti, e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

b(i): lingue delle popolazioni germaniche

dell’Alto Adige/Südtirol e slovene;

b(ii): lingua delle popolazioni catalane e

di quelle parlanti il francese e il sardo;

b(iii): lingua delle popolazioni parlanti il

ladino;

b(iv): lingue delle popolazioni

albanesi, germaniche (con esclusione di

quelle dell’Alto Adige/Südtirol), greche,

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

franco-provenzale, il friulano e

l’occitano;

c(i): lingue delle popolazioni germaniche

dell’Alto Adige/Südtirol e slovene;

c(ii): lingua delle popolazioni catalane e

di quelle parlanti il francese e il sardo;

c(iii): lingua delle popolazioni parlanti il

ladino;

c(iv): lingue delle popolazioni

albanesi, germaniche (con esclusione di

quelle dell’Alto Adige/Südtirol), greche,

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

franco-provenzale, il friulano e

l’occitano;

d(i): lingue delle popolazioni germaniche

dell’Alto Adige/Südtirol e slovene;

d(ii): lingua delle popolazioni

catalane e di quelle parlanti il francese e

il sardo;

d(iii): lingua delle popolazioni parlanti il

ladino;

e(i): lingua delle popolazioni

catalane e di quelle parlanti il sardo;

f(ii): lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

f(iii): lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

g: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friuliano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

h: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

i: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo.

 

Articolo 9, paragrafo 1:

 

a(i): lingua delle popolazioni germaniche

dell’Alto Adige/Südtirol;

a(ii): lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

a(iii): lingue delle popolazioni germaniche

dell’Alto Adige/Südtirol e slovene;

a(iv): lingua delle popolazioni germaniche

dell’Alto Adige/Südtirol;

b(i): lingue delle popolazioni germaniche

e ladine dell’Alto Adige/Südtirol;

b(ii): lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

b(iii): lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

c(i): lingue delle popolazioni germaniche

e ladine dell’Alto Adige/Südtirol;

c(ii): lingua delle popolazioni germaniche

dell’Alto Adige/Südtirol;

f(iii): lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

g: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friuliano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

h: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

i: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo.

 

Articolo 9, paragrafo 1:

 

a(i): lingua delle popolazioni germaniche

dell’Alto Adige/Südtirol;

a(ii): lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

a(iii): lingue delle popolazioni catalane,

germaniche dell’Alto Adige/Südtirol, slovene

e di quelle parlanti il sardo;

a(iv): lingua delle popolazioni catalane,

germaniche dell’Alto Adige/Südtirol e di

quelle parlanti il sardo;

b(i): lingue delle popolazioni germaniche

e ladine dell’Alto Adige/Südtirol;

b(ii): lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

b(iii): lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

c(i): lingue delle popolazioni germaniche

e ladine dell’Alto Adige/Südtirol;

c(ii): lingua delle popolazioni catalane,

germaniche dell’Alto Adige/Südtirol e di

quelle parlanti il sardo;

c(iii): lingue delle popolazioni germaniche

e ladine dell’Alto Adige/Südtirol

d: lingue delle popolazioni germaniche e

ladine dell’Alto Adige/Südtirol.

Articolo 9, paragrafo 2:

c: lingue delle popolazioni germaniche

dell’Alto Adige/Südtirol, slovene e di quelle

parlanti il francese e il ladino.

Articolo 10, paragrafo 1:

a(i): lingua delle popolazioni germaniche

dell’Alto Adige/Südtirol;

a(ii): lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

a(iii): lingue delle popolazioni slovene e

di quelle parlanti il ladino;

a(iv): lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche (con esclusione di

quelle dell’Alto Adige/Südtirol), greche,

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

franco-provenzale, il friulano, l’occitano e ii

sardo;

b: lingue delle popolazioni germaniche

dell’Alto Adige/Südtirol, slovene e di quelle

parlanti il francese e il ladino;

c: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo.

Articolo 10, paragrafo 2:

a: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

b: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

c(iii): lingue delle popolazioni catalane,

germaniche e ladine dell’Alto Adige/Südtirol e

di quelle parlanti il sardo;

d: lingue delle popolazioni catalane,

germaniche e ladine dell’Alto Adige/Südtirol e

di quelle parlanti il sardo.

Articolo 9, paragrafo 2:

c: lingue delle popolazioni catalane,

germaniche dell’Alto Adige/Südtirol, slovene e

di quelle parlanti il francese, il ladino e il

sardo.

 

Articolo 10, paragrafo 1:

 

a(i): lingua delle popolazioni germaniche

dell’Alto Adige/Südtirol;

a(ii): lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

a(iii): lingue delle popolazioni catalane,

slovene e di quelle parlanti il ladino e il

sardo;

a(iv): lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche (con esclusione di

quelle dell’Alto Adige/Südtirol), greche,

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

franco-provenzale, il friulano, l’occitano e ii

sardo;

a(v): lingue delle popolazioni

catalane e di quelle parlanti il sardo;

b: lingue delle popolazioni catalane,

germaniche dell’Alto Adige/Südtirol, slovene e

di quelle parlanti il francese, il ladino e il

sardo;

c: lingue delle popolazioni albanesi,

germaniche, greche, slovene e croate,

Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il

friulano, il ladino e l’occitano.

 

Articolo 10, paragrafo 2:

 

a: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

b: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

c: lingue delle popolazioni germaniche

dell’Alto Adige/Südtirol e di quelle parlanti il

francese;

d: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

e: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche. slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

f: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

g: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo.

Articolo 10, paragrafo. 3:

a: lingue delle popolazioni germaniche

dell’Alto Adige/Südtirol e di quelle parlanti il

francese;

b: lingue delle popolazioni slovene e di

quelle parlanti il ladino.

 

Articolo 10, paragrafo 4:

 

a: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

b: lingue delle-popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, i1

ladino, l’occitano e il sardo;

c: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo.

 

Articolo 10, paragrafo 5:

 

lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

ladino, l’occitano e il sardo;

c: lingue delle popolazioni catalane,

germaniche dell’Alto Adige/Südtirol e di

quelle parlanti il francese e il sardo;

d: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

e: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche. slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

f: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

g: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo.

 

Articolo 10, paragrafo. 3:

 

a: lingue delle popolazioni catalane,

germaniche dell’Alto Adige/Südtirol e di

quelle parlanti il francese e il sardo;

b: lingue delle popolazioni slovene e di

quelle parlanti il ladino.

Articolo 10, paragrafo 4:

a: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

b: lingue delle-popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, i1

ladino, l’occitano e il sardo;

c: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo.

Articolo 10, paragrafo 5:

lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo.

 

Articolo 11, paragrafo 1:

 

a(i): lingue delle popolazioni germaniche

dell’Alto Adige/Südtirol, slovene e di quelle

parlanti il francese e il ladino;

a(iii): lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche (con esclusione di

quelle dell’Alto Adige/Südtirol), greche,

slovene e croate, Rom e Sinti e di quelle

parlanti il francese, il franco-provenzale, il

friulano, il ladino, l’occitano e il sardo;

b(ii): lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

c(ii): lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

d: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

e(i): lingue delle popolazioni germaniche

dell’Alto Adige/Südtirol e slovene e di quelle

parlanti il francese e il ladino;

e(ii): lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche (con esclusione di

quelle dell’Alto Adige/Südtirol), greche,

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il francoprovenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo.

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo.

 

Articolo 11, paragrafo 1:

 

a(i): lingue delle popolazioni catalane,

germaniche dell’Alto Adige/Südtirol, slovene e

di quelle parlanti il francese, il ladino e il

sardo;

a(iii): lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche (con esclusione di

quelle dell’Alto Adige/Südtirol), greche,

slovene e croate, Rom e Sinti e di quelle

parlanti il francese, il franco-provenzale, il

friulano, il ladino, l’occitano e il sardo;

b(i): lingue delle popolazioni

catalane e di quelle parlanti il sardo;

b(ii): lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

b(iii): lingue delle popolazioni

catalane e di quelle parlanti il sardo;

c(i) lingue delle popolazioni catalane

e di quelle parlanti il sardo;

c(ii): lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

d: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

e(i): lingue delle popolazioni catalane,

germaniche dell’Alto Adige/Südtirol e slovene

e di quelle parlanti il francese, il ladino e il

sardo;

e(ii): lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche (con esclusione di

quelle dell’Alto Adige/Südtirol), greche,

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il francoprovenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo.

f(i): lingue delle popolazioni catalane

e di quelle parlanti il sardo;

g: lingue delle popolazioni catalane e

di quelle parlanti il sardo.

Articolo 11, paragrafo 2:

lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche; greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo.

 

Articolo 11, paragrafo 3:

 

lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo.

Articolo 12, paragrafo 1:

a: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

b: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

c: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

d: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

e: lingua delle popolazioni germaniche

dell’Alto Adige/Südtirol;

f: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

g: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

h: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo.

Articolo 11, paragrafo 2:

lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche; greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo.

 

Articolo 11, paragrafo 3:

 

lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo.

 

Articolo 12, paragrafo 1:

 

a: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

b: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

c: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

d: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

e: lingua delle popolazioni catalane,

germaniche dell’Alto Adige/Südtirol e di

quelle parlanti il sardo;

f: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

g: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

h: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

 

Articolo 12, paragrafo 3:

 

lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo.

Articolo 13, paragrafo 1:

c: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo.

Articolo 13, paragrafo 2:

a: lingua delle popolazioni germaniche

dell’Alto Adige/Südtirol;

b: lingua delle popolazioni germaniche

dell’Alto Adige/Südtirol;

c: lingua delle popolazioni germaniche

dell’Alto Adige/Südtirol;

d: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

e: lingua delle popolazioni germaniche

dell’Alto Adige/Südtirol.

Articolo 14:

a: lingue delle popolazioni slovene e

croate, Rom e Sinti;

b: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo.

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo.

Articolo 12, paragrafo 2:

lingue delle popolazioni catalane e di

quelle parlanti il sardo;

Articolo 12, paragrafo 3:

lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo.

Articolo 13, paragrafo 1:

c: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo.

 

Articolo 13, paragrafo 2:

 

a: lingua delle popolazioni germaniche

dell’Alto Adige/Südtirol;

b: lingua delle popolazioni catalane,

germaniche dell’Alto Adige/Südtirol e di

quelle parlanti il sardo;

c: lingua delle popolazioni germaniche

dell’Alto Adige/Südtirol;

d: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

e: lingua delle popolazioni germaniche

dell’Alto Adige/Südtirol.

Articolo 14:

a: lingue delle popolazioni slovene e

croate, Rom e Sinti;

b: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo.

 

 

TESTO ORIGINALE  ALL’ESAME DEL SENATO

CON LINGUA SARDA ( E CATALANA ) di serie B.

 

ALLEGATO A

(Come previsto nell’Articolo 3)

 

DISPOSIZIONI DELLA CARTA EUROPEA

DELLE LINGUE REGIONALI O MINORITARIE

 

Articolo 8, paragrafo 1:

 

a(i): lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti, e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

b(i): lingue delle popolazioni germaniche

dell’Alto Adige/Südtirol e slovene;

b(ii): lingua delle popolazioni parlanti il

francese;

b(iii): lingua delle popolazioni parlanti il

ladino;

b(iv): lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche (con esclusione di

quelle dell’Alto Adige/Südtirol), greche,

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

franco-provenzale, il friulano, l’occitano e il

sardo;

c(i): lingue delle popolazioni germaniche

dell’Alto Adige/Südtirol e slovene;

c(ii): lingua delle popolazioni parlanti il

francese;

c(iii): lingua delle popolazioni parlanti il

ladino;

c(iv): lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche (con esclusione di

quelle dell’Alto Adige/Südtirol), greche,

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

franco-provenzale, il friulano, l’occitano e il

sardo;

d(i): lingue delle popolazioni germaniche

dell’Alto Adige/Südtirol e slovene;

d(ii): lingua delle popolazioni parlanti il

francese;

d(iii): lingua delle popolazioni parlanti il

ladino;

f(ii): lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

f(iii): lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

g: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friuliano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

h: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

i: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo.

 

Articolo 9, paragrafo 1:

 

a(i): lingua delle popolazioni germaniche

dell’Alto Adige/Südtirol;

a(ii): lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

a(iii): lingue delle popolazioni germaniche

dell’Alto Adige/Südtirol e slovene;

a(iv): lingua delle popolazioni germaniche

dell’Alto Adige/Südtirol;

b(i): lingue delle popolazioni germaniche

e ladine dell’Alto Adige/Südtirol;

b(ii): lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

b(iii): lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

c(i): lingue delle popolazioni germaniche

e ladine dell’Alto Adige/Südtirol;

c(ii): lingua delle popolazioni germaniche

dell’Alto Adige/Südtirol;

c(iii): lingue delle popolazioni germaniche

e ladine dell’Alto Adige/Südtirol

d: lingue delle popolazioni germaniche e

ladine dell’Alto Adige/Südtirol.

Articolo 9, paragrafo 2:

c: lingue delle popolazioni germaniche

dell’Alto Adige/Südtirol, slovene e di quelle

parlanti il francese e il ladino.

 

Articolo 10, paragrafo 1:

 

a(i): lingua delle popolazioni germaniche

dell’Alto Adige/Südtirol;

a(ii): lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

a(iii): lingue delle popolazioni slovene e

di quelle parlanti il ladino;

a(iv): lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche (con esclusione di

quelle dell’Alto Adige/Südtirol), greche,

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

franco-provenzale, il friulano, l’occitano e ii

sardo;

b: lingue delle popolazioni germaniche

dell’Alto Adige/Südtirol, slovene e di quelle

parlanti il francese e il ladino;

c: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo.

 

Articolo 10, paragrafo 2:

 

a: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

b: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano

ladino, l’occitano e il sardo;

c: lingue delle popolazioni germaniche

dell’Alto Adige/Südtirol e di quelle parlanti il

francese;

d: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

e: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche. slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

f: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

g: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo.

Articolo 10, paragrafo. 3:

a: lingue delle popolazioni germaniche

dell’Alto Adige/Südtirol e di quelle parlanti il

francese;

b: lingue delle popolazioni slovene e di

quelle parlanti il ladino.

 

Articolo 10, paragrafo 4:

 

a: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

b: lingue delle-popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, i1

ladino, l’occitano e il sardo;

c: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo.

Articolo 10, paragrafo 5:

lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo.

 

Articolo 11, paragrafo 1:

 

a(i): lingue delle popolazioni germaniche

dell’Alto Adige/Südtirol, slovene e di quelle

parlanti il francese e il ladino;

a(iii): lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche (con esclusione di

quelle dell’Alto Adige/Südtirol), greche,

slovene e croate, Rom e Sinti e di quelle

parlanti il francese, il franco-provenzale, il

friulano, il ladino, l’occitano e il sardo;

b(ii): lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

c(ii): lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

d: lingue delle popolazioni albanesi,

catalane, germaniche, greche, slovene e

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il franco-provenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo;

e(i): lingue delle popolazioni germaniche

dell’Alto Adige/Südtirol e slovene e di quelle

parlanti il francese e il ladino;

e(ii): lingue delle popolazioni albanesi

catalane, germaniche (con esclusione di

quelle dell’Alto Adige/Südtirol), greche,

croate, Rom e Sinti e di quelle parlanti il

francese, il francoprovenzale, il friulano, il

ladino, l’occitano e il sardo.

 

Comitadu pro sa limba sarda
Vico III dei Genovesi 1
09124 Cagliari
comitauprosalimbasarda@gmail.com
carboni.mario@gmail.com
mario.carboni@postemail.postecert.it

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ZONA FRANCA TRADITA
Si è appreso che la Giunta Pigliaru e il Comune di Olbia si siano accordati per avviare una zona franca non interclusa nella zona industriale di Olbia, esattamente come Taranto, Nola, Gioia Tauro ed altre città del continente.
Pigliaru doveva attuare il decreto 75/98, cioè delimitare e regolare le zone franche già istituite in attuazione dello Statuto sardo E NON LO HA FATTO.
Il Comune di Olbia doveva far delimitare la zona franca di Olbia istituita col decreto 75/98 E NON LO HA FATTO.
La richiesta di zona franca non interclusa era un subordine pensato per coinvolgere la zona industriale di Olbia mentre è diventata l’obiettivo primario.
Questo accordo autocolonialistico è solo la prova che la Giunta Pigliaru non vuole operare secondo lo Statuto sardo che prevede le zone franche, i cui limiti e forme per la parte doganale, seguono il codice doganale europeo. Codice doganale europeo che nel 2016 sarà in vigore nella sua ultima versione con la cancellazione delle zone franche non intercluse, che sono ben altra cosa delle vere zone franche .
La Giunta Pigliaru non vuole rispettare una norma di attuazione dello Statuto conquistata con anni di lotta e sacrifici.
Ha declassato la Sardegna al livello di altre regioni italiane che nei loro Statuti non hanno la previsione della zona franca, gettando nella pattumiera la Specialità della Sardegna.
Non solo, si sono accordati per istituire una società di gestione per Olbia , contravvenendo alla legge regionale n. 20 che intimava di azzerare anche la Cagliari Free zone per costituire una sola società per tutte le zone franche sarde Sardinia Free Zone.
Un nuovo carrozzone si vuole creare ad Olbia che assieme agli altri quattro che per logica dovrebbero essere istituiti nelle altre 4 zone franche interessate oltre che a Cagliari. Uno spreco di risorse, consigli di amministrazione e posti per raccomandati e partiti.
Lo sbandierare la possibilità di zona economica speciale in relazione a questa ipotesi di lavoro non teme il ridicolo.
A nulla vale dire, cominciamo da qui e poi si vedrà di andare avanti, mentre invece si va solo indietro a prima dell’Autonomia ossequiando i voleri centralisti e rapaci di Roma ladrona.
Trovo che sia vergognoso assistere a tanta sfacciataggine antiautonomista.
Spero che il movimento per la zona franca sappia respingere questa manovra al super ribasso e che azzera cento anni di lotta ed elaborazione del popolo sardo.
Comunque ci penserà la realtà a dimostrare i risultati negativi di questo punto di vista.

Il PSdAz ha presentato nel Consiglio regionale una proposta di legge che costituzionalizza la lingua sarda,  modificando lo Statuto sardo introducendo nel testo la lingua sarda e le lingue di minoranza interna Gallurese, Tabarchino, Sassarese ed una serie di semplici norme per renderla ufficiale, equiparata all’italiana e quindi allineare la minoranza linguistica sarda alle minoranze linguistiche più tutelate come la Sud tirolese e Valdostana.

Viene così colmato un vuoto dello Statuto sardo vigente e lanciato un messaggio politico chiaro rivolto a chi si candida a governare la Sardegna nella prossima legislatura affinche la lingua sarda sia parte fondamentale e portante dei loro programmi.

La proposta aggiunge all’Art. 1 dello Statuto vigente quattro semplici commi ed è preceduta da una relazione che illustra i motivi dell’iniziativa legislativa e ne spiega i contenuti e i vantaggi conseguenti alla sua applicazione.

Articolo di legge

Art. 1

Modifica dell’articolo 1 della legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 3 (Statuto speciale per la Sardegna)

1. All’articolo 1 della legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 3 (Statuto speciale per la Sardegna), dopo il primo comma, sono aggiunti i seguenti:
Nel territorio della Regione autonoma la lingua sarda è lingua propria, ufficiale e parificata alla lingua italiana, gli abitanti della Sardegna hanno diritto di conoscere e di usare entrambe le lingue.
Nel territorio d’Alghero, il catalano gode analogo riconoscimento. Stessa tutela è riconosciuta al gallurese, al sassarese e al tabarchino nei rispettivi territori di competenza e ambiti di diffusione.
Sulla base di apposite leggi la Repubblica e la Regione garantiscono l’uso della lingua sarda e delle diverse lingue parlate nel territorio regionale e adottano misure e strumenti necessari per assicurarne conoscenza e uso.
La Storia, la cultura e la lingua sarda sono materie obbligatorie d’insegnamento nelle scuole di ogni ordine e grado dell’Isola.”.

Testo completo

CONSIGLIO REGIONALE DELLA SARDEGNA

______________________

PROPOSTA DI LEGGE STATALE
N. ___

presentata dai Consiglieri regionali
SANNA Giacomo – PLANETTA Efisio – DESSI’ – SOLINAS Christian

il 20 agosto 2013

Modifica dell’articolo 1 della legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 3 (Statuto speciale per la Sardegna) concernente la parificazione della lingua sarda con la lingua italiana

***************

RELAZIONE DEL PROPONENTE

Recentemente il Senato della Repubblica ha approvato il disegno di legge che istituisce e regola il Comitato parlamentare per le riforme costituzionali.

L’iter parlamentare prevede una successiva approvazione della Camera dei deputati.

La Commissione, in sede referente dovrebbe prendere in esame i disegni di legge per le modifiche degli articoli di cui ai titoli I, II, III e V della parte seconda della Costituzione, afferenti alle materie della forma di Stato, della forma di Governo e del bicameralismo, nonché i coerenti progetti di legge ordinaria di riforma dei sistemi elettorali» ..” assicurando in ogni caso la presenza di…un rappresentante delle minoranze linguistiche.”.

E’ evidente l’interesse della Sardegna, (che non sarà rappresentata in quanto minoranza linguistica pur essendolo ai sensi della legge costituzionale n.482 del 1999 in attuazione dell’art.6 della Costituzione), alle modifiche necessarie per la riforma della Costituzione; sopratutto a quelle riguardanti l’Autonomia speciale della Sardegna, per scongiurare che non vadano lesi i diritti politici acquisiti e affinché la riforma dello Statuto sardo conseguente sia un deciso passo in avanti come frutto di autodecisione con l’obiettivo di ampliarne al massimo grado le competenze di rango statuale e federalista e non imposta e su proposta del centralismo. E’ giusto ricordare pur succintamente, da parte sardista e per motivi noti a tutti, come lo Statuto vigente sia nato seguendo un virtuoso processo di formazione e avviato con l’istituzione della Consulta regionale, riconosciuta competente a formulare le proposte dei sardi per il futuro ordinamento regionale.

Oggi manca un analogo organismo di proposta e garanzia autonomistica, che sancisca come originaria l’iniziativa sarda a proporre riforme statutarie in questa importante fase di riforma costituzionale, rendendo ineguale e discriminatorio un rapporto fra lo Stato e la nostra Regione a Statuto speciale che invece esigerebbe parità e diritto di proposta.

Agli albori dell’Autonomia la Consulta Regionale, con le prime decisioni istituì una Commissione per lo studio del futuro ordinamento regionale, con il compito di esitare un progetto di Statuto che fosse organico per quantità e qualità rappresentando l’aspirazione autonomista della Sardegna.

I componenti di tutte le forze politiche autonomiste diedero incarico al PSdAz di stendere il progetto di Statuto e con quest’atto venne riconosciuta la particolare competenza del PSdAz che già nel 1946 presentò la sua proposta.

Sono noti i fatti e le lentezze che seguirono in attesa delle elezioni del 2 giugno 1946 che avrebbero superato l’iniziale pariteticità fra le componenti della Consulta e permesso quindi nella Consulta ricreata proporzionalmente ai voti elettorali delle successive elezioni un avvio sollecito dei lavori tesi a proporre uno Statuto per la Sardegna.

Venne intanto, con un grave errore dei Consultori, rifiutata la concessione alla Sardegna dello Statuto siciliano e la discussione in seguito proseguì annacquando sia la proposta del PSdAz che quella resa nota a titolo personale dal consultore Castaldi, più limitata nelle previsioni di Autonomia se confrontata con quella sardista e fatta propria in seguito dalla DC.

La proposta che la Consulta approvò il 29 aprile 1947 e inviò alla Costituente fu ulteriormente depotenziata sul piano dei poteri autonomistici e del rapporto federale con lo Stato centrale,dopo gli ultimi ritocchi al ribasso da parte della Commissione dei 75 incaricata nella Costituente di riscriverla e un frettoloso dibattito in aula il 31 gennaio 1948 venne approvato il testo dello Statuto vigente, nell’ultimo giorno utile dei lavori della Costituente.

Da allora pur registrando un enorme passo in avanti rispetto alla situazione della Sardegna dello Statuto Albertino, con l’adozione di uno Statuto sardo e l’operatività di una Assemblea legislativa, il Psdaz da subito e in seguito altre forze politiche hanno considerato il nostro Statuto nato male, insufficiente, non corrispondente alle aspirazioni profonde di autogoverno e libertà dei sardi e quindi bisognoso di modifica più o meno radicale se non di totale riscrittura..

La critica più radicale e con la proposta più innovativa, tale da ribaltare la prospettiva di un migliore autogoverno e più corrispondente a criteri giusti di autodeterminazione è venuta dal popolo sardo con l’uso di uno strumento di democrazia diretta previsto statutariamente. Per iniziativa degli intellettuali e militanti “sardisti ” presenti anche se in minoranza in ogni schieramento politico di allora da parte de Su comitadu pro sa limba sarda, al quale aderì il Psd’Az, fu presentata la proposta di legge di iniziativa popolare per il riconoscimento del bilinguismo perfetto in Sardegna

A seguito di tante battaglie e contro sorde opposizioni che ancora purtroppo sono presenti nella società sarda e non accettano la nuova realtà, fu approvata a seguito di discussioni accesissime, di un iter legislativo molto travagliato, caratterizzato da bocciature in aula, rinvii governativi, impugnazioni davanti alla Corte costituzionale a 49 anni dall’emanazione dello Statuto la legge regionale ordinaria n.26 del 15 ottobre 1997 di tutela del sardo e delle lingue alloglotte, Catalano di Alghero, Gallurese, Sassarese e Tabarchino, quali lingue di minoranza interna da tutelare in egual misura del sardo nei territori nei quali sono parlate.

In seguito la legge statale e costituzionale n.482 del 15 dicembre 1999 riconobbe in ritardo di cinquanta anni la lingua sarda come lingua propria della Sardegna in attuazione dell’Art.6 della Costituzione sulla tutela delle minoranze linguistiche.

Oggigiorno, anche il più tenace avversario o critico dell’Identità dei sardi e della sua specificità si troverebbe in difficoltà nell’approvare i concetti che la Consulta inserì nella relazione al progetto di Statuto inviato a Roma, rivendicando ” una unità etnico-sociale derivante dalla comunità di razza, tradizione, di storia, di lingua, di religione, di cultura”.

In effetti i Consultori e l’intera classe dirigente di allora non presero in nessuna considerazione la lingua e la cultura dei sardi come un fattore degno di caratterizzare la nostra Carta dell’autogoverno, commettendo un clamoroso errore politico e culturale che avrebbe segnato tutto il percorso dell’Autonomia sino ad oggi, intriso di economicismo, subalternità e autocolonialismo.

Solo Emilio Lussu, ancora sardista, nella seduta del 30 dicembre 1946, sostenne la necessità di “sancire” l’obbligo dell’insegnamento della lingua sarda, in quanto essa è ” un patrimonio millenario che occorre conservare”.

Lussu, che in seguito non fece più propria questa battaglia con l’uscita dal PSdAz, si faceva allora portavoce di una convinzione sempre presente fra la base sardista e che in seguito dagli ultimi trent’anni del secolo scorso divenne maggioritaria nel partito sardo sino a formare parte integrante e fondamentale della linea politica ufficiale del sardismo contemporaneo.

Leggendo il vigente Statuto della Sardegna risalta l’assenza pressoché totale di una norma che richiami la lingua e la cultura isolana che pure hanno un valore primario e fondante nel sostenere il nostro speciale diritto all’autogoverno.

Tale assenza sorprende negativamente quando si considera che previsioni di principio e di tutela sono invece contenute nella Costituzione ( artt.3 e 6 ) e negli Statuti della Valle d’Aosta e del Trentino Alto Adige, emanati nello stesso periodo, nel quale la stragrande maggioranza dei sardi si esprimeva abitualmente in lingua sarda o in una delle alloglotte.

Ancor’oggi i sardi sono il gruppo linguistico di gran lunga più numeroso presente nella Repubblica italiana pur discriminato e il meno tutelato.

La critica di quell’errore di valutazione, di quel deficit culturale e politico, frutto dei tempi e quasi incomprensibile e difficilmente giustificabile con la consapevolezza attuale della questione linguistica e della sua importanza fondamentale per disegnare un futuro di autogoverno senza ricadere nell’economicismo che tanti guai ha inflitto alla Sardegna, fu esercitata da non molti ma decisi intellettuali e politici identitari e nazionalitari.

Ecco come il Prof. Giovanni Lilliu, sempre in prima fila nel movimento identitario, denunciava la scelta dei Consultori e Costituenti sardi:

“Is consultoris sardus hiant stimau chi s’istruzioni e sa cultura, in cussu momentu de recuberamentu materiali de sa Regioni fessint de interessu segundariu e hiant lassau a su Stadu de nci pessai issu esclusivamenti.

E poita is Consultoris no hiant bofiu sa cumpetenzia primaria in sa istruzioni, sa scola e sa cultura sarda no figurant in sa lei de su 23 de friaxiu n.3.

Aici est nasciu unu statutu sardu tzoppu, fundau sceti apitzus de s’economia reali in sa cali, po s’effettu de operai in sa politica de su renascimentu, s’est scaresciu propriu de is valoris idealis e de is concettus po ponniri in movimentu su renascimentu, eus a nai cussu chi est sa basi de sa venganza autonomistica.

Valoris is calis, in prus, donant arrexonis e fundamentus perennis a sa spetzialidadi de sa Regioni sarda, ch’est verdaderamenti una Regioni-Natzioni: unu populu cun sinnus proprius de limba, etnia, storia, cultura, maneras de si cumportai, de gestus, de pensai is calis calant a fundu in sa vida de dognia dì e balint e operant a totus is livellus de sa sociedadi….

Sa repulsa de sa cultura hat tentu effettus negativus no sceti cun sa crisi de s’autonomia.

Issa hat impediu su cresciri de una classi dirigenti forti e libera sa cali hiat a essiri agatau ideas e stimulus po operai in politica, creativamenti, cun s’aggiudu de sa cultura de su logu impari a sa cultura in generali.

Sa cultura de s’Autonomia fundada apitzus de sa cultura sarda, cultura de sa diversidadi, de disturbu, de resistenzia hiat a essiri indulliu is politicus sardus a si liberai de sa dependenzia, a non essiri maschera de su stadu”.

Le riflessioni di Giovanni Lilliu, sintetizzano una consapevolezza ormai generalizzata che richiede risposte politiche condivise perché è una battaglia che interessa tutti i sardi e che non può essere rimandata oltre perché è lo Stato centrale che vuole dettarne l’agenda e le soluzioni non tenendo conto dei sardi e approfittando del nostro attendismo o scarsa attenzione alla questione. Rischiamo ancora una volta di subire una riforma costituzionale octroyée, imposta da un potere esterno.

Completare il quadro teorico della Specialità della Sardegna, rispetto al continente italiano, con la soggettività della Nazione sarda che è emersa meglio con la Questione linguistica, ha permesso di elaborare da parte di tutte le forze politiche sarde pur con differenze dovute a propri particolari riferimenti culturali, ideologici e di programma, una visione comune di nuova Autonomia politica, frutto di recupero di sovranità originaria, di esercizio di autodecisione nazionale da costituzionalizzare con un nuovo Statuto di sovranità per la Sardegna e una Assemblea legislativa con poteri statuali attraverso un percorso riformista ma autonomo e deciso.

Non si tratta di perdersi in nominalismi ma di andare dritti all’obiettivo di un superamento dell’attuale Statuto autonomistico.

Il valore della tutela delle minoranze linguistiche rappresenta un valore essenziale e indefettibile nelle società civili e democratiche come è ben testimoniato dall’Art. 14 della Convenzione europea sui Diritti dell’uomo, dalla Convenzione quadro sule minoranze nazionali del Consiglio d’Europa, dall’Art.13 dell’originario Trattato CE, dalla Carta Europea delle lingue regionali e di minoranza che purtroppo non è ancora stata ratificata dal Parlamento,

Anche la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea adottata nel 2000 e divenuta vincolante con il trattato di Lisbona, obbliga l’Unione al rispetto della diversità linguistica (articolo 22) e vieta qualsiasi forma di discriminazione fondata sulla lingua (articolo 21). Il rispetto della diversità linguistica è uno dei valori fondamentali dell’UE al pari del rispetto per la persona e dell’apertura nei confronti delle altre culture.

Dobbiamo purtroppo registrare che permangono in Sardegna forti discriminazioni in ragione della nostra lingua, messe in rilievo dall’ultimo l’episodio della studentessa alla quale è stato impedito di sostenere il suo esame in lingua sarda malgrado la Costituzione sancisca un generale divieto di discriminazione in ragione della lingua ( artt. 3 e 6 ) e dalle leggi e norme già citate, rispetto alla quale le reazioni sono state tiepide e assenti di richieste di sanzioni per chi le ha attuate.

Periodicamente si ripetono incursioni di oscuri funzionari dello Stato che pretendono di cancellare i nomi in lingua sarda dei nostri paesi e città che ignorano i nostri diritti, le leggi fondamentali dello Stato ed Europee in materia di toponomastica in regime di bilinguismo e paritetici di diritti linguistici.

Anche nelle passate Convenzioni fra lo Stato e la RAI, con la prossima in via di definizione, la lingua sarda e la nostra comunità in quanto minoranza linguistica storica è discriminata e relegata in seconda categoria a confronto delle lingue minoritarie dell’arco alpino.

Sulla bruciante discriminazione linguistica nelle scuole di ogni ordine e grado è palese la responsabilità dello Stato e dei Governi centrali nell’insistere in un’opera di snazionalizzazione dei nostri giovani e di assimilazione forzata che ha come unico risultato la cancellazione della nostra identità attraverso l’annichilimento della lingua e cultura del popolo sardo.

Non è determinante che i sardi siano definiti Minoranza linguistica dalla Costituzione e non Nazionalità come pensano i sardisti e dal Consiglio d’Europa la cui Carta è stata ratificata dallo Stato italiano e non applicata o che la nostra lingua propria sia definita lingua minoritaria storica dalla legge 482 del 1999 che attua l’art. 6 della Costituzione mentre la Carta europea delle lingue la definisce lingua regionale e quindi di rango diverso e superiore a quello di lingua minoritaria.

Qualunque sia la definizione accettata le misure politiche, organizzative, amministrative, economiche e culturali per rispondere a questa realtà, che deve essere rispettata, protetta e posta in grado di svilupparsi liberamente, sono le stesse e inderogabili.

Le principali sono l’abbandono di ogni azione di discriminazione, di ogni barriera linguistica, il risanamento a spese dello Stato che ne è responsabile dei danni di oltre 200 anni di discriminazione, di colonizzazione culturale e di assimilazione forzata con adeguate risorse anche Europee, l’insegnamento della e nella lingua sarda e alloglotte nelle scuole di ogni ordine e grado e nell’Università, l’uso della lingua sarda nei media e nelle Istituzioni che operano in Sardegna, la sua radiotelediffusione normale e non folklorica, insomma l’uso ufficiale e normale della lingua di minoranza/nazionale dei sardi in un regime di bilinguismo in pariteticità con l’italiana lingua ufficiale dello Stato.

Che sia un processo graduale e per tappe è coscienza comune, come è consapevolezza comune che i diritti linguistici e culturali richiamano altri diritti quali quelli fiscali, come la zona franca e la riscossione in Sardegna delle imposte, di uso non di rapina del territorio, di risanamento del nostro ecosistema avvelenato da industrializzazioni coloniali fallite, di libertà nei trasporti con una vera continuità territoriale che significa viaggiare come se il mare non esistesse, di legiferare in maniera esclusiva nel massimo delle competenze possibili, di recuperare la competenza esclusiva sull’istruzione di ogni ordine e grado, di essere una statualità isolana col suo Parlamento che si autogoverna nella prospettiva degli Stati Uniti d’Europa già obiettivo dei sardisti come indicato da Camillo Bellieni nel Congresso di Oristano del 1922.

Per iniziare questo processo ed allinearsi alle maggiori nazionalità senza stato europee o alle regioni ad Autonomia speciale ed in particolare alla Val d’Aosta e al Trentino Alto Adige, è necessario che la lingua sarda venga inserita nello Statuto, vengano quindi costituzionalizzati diritti ormai patrimonio di tutti i sardi e riconosciuti anche dalla Costituzione e da conseguenti leggi dello Stato, da trattati internazionali sottoscritti e ratificati dalla Repubblica italiana.

Basti ricordare che per assenza della lingua sarda nel nostro Statuto vigente, oltre a non vedere applicati i diritti linguistici nelle scuole con i nostri figli che ogni anno dalle materne sono sottoposti ad una crudele amputazione della loro lingua, la Sardegna è penalizzata per l’insegnamento, per gli impieghi e per quanto riguarda le leggi elettorali parlamentari statali ed europee ad iniziare dalla circoscrizione elettorale europea che ci vede assurdamente accorpati alla Sicilia e fin nelle proposte di ratifica della Carta europea delle lingue regionali e minoritarie, che invece favoriscono la Val d’Aosta e il Trentino Alto Adige che al contrario dei sardi menzionano le loro lingue nei rispettivi statuti, e per tanti altri fattori che sarebbe troppo lungo in questa sede enumerare.

Per questi motivi, in presenza di una riforma della Costituzione che interessa la Sardegna, in assenza di un organismo analogo alla Consulta degli albori dell’Autonomia e che oggi avrebbe potuto essere l’interlocutore del Comitato parlamentare per le riforme costituzionali, in assenza di un’organica e condivisa proposta di nuovo Statuto della Sardegna da parte del Consiglio regionale e nella fondata convinzione che nelle ultime fasi di questa legislatura non possa esserne presentata una organica e condivisa alle Camere, si propone una modifica ponte dello Statuto sardo che introduca almeno la lingua sarda al suo interno quale architrave, oggi assente, di una prossima proposta di nuovo Statuto che si spera venga alla luce nella prossima legislatura..

L’auspicio dei presentatori di questa proposta di legge, nel miglior spirito sardista e del tradizionale riferimento non ad un egoistico interesse di parte ma a quello più generale della Nazione sarda è che venga approvata.

TESTO DEL PROPONENTE

Art. 1

Modifica dell’articolo 1 della legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 3 (Statuto speciale per la Sardegna)

1. All’articolo 1 della legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 3 (Statuto speciale per la Sardegna), dopo il primo comma, sono aggiunti i seguenti:
Nel territorio della Regione autonoma la lingua sarda è lingua propria, ufficiale e parificata alla lingua italiana, gli abitanti della Sardegna hanno diritto di conoscere e di usare entrambe le lingue.
Nel territorio d’Alghero, il catalano gode analogo riconoscimento. Stessa tutela è riconosciuta al gallurese, al sassarese e al tabarchino nei rispettivi territori di competenza e ambiti di diffusione.
Sulla base di apposite leggi la Repubblica e la Regione garantiscono l’uso della lingua sarda e delle diverse lingue parlate nel territorio regionale e adottano misure e strumenti necessari per assicurarne conoscenza e uso.
La Storia, la cultura e la lingua sarda sono materie obbligatorie d’insegnamento nelle scuole di ogni ordine e grado dell’Isola.”.

 

Ho appena letto sul web il testo della dichiarazione d’Indipendenza votata nel Congresso del PSdAz.

C’era molta attesa per questo documento politico che nei giorni precedenti il Congresso era stato preannunciato e che avrebbe, tante erano le aspettative, dovuto costituire il maggior risultato congressuale rilanciando l’azione del partito.

Suppongo che anche i dirigenti e organizzatori del Congresso pensassero, auspicassero, che questa dichiarazione avrebbe potuto rappresentare la palla lanciata più in avanti di tutti, in un campo dove la partita politica vede tutti gli altri partiti arrancare senza motivazioni per vivere, stretti nell’abbraccio mortale dei rispettivi partiti italiani dei quali sono lontane succursali di colonia e in evidente putrefazione , sottoposti al rigetto morale dei cittadini della Repubblica, metropolitani o coloniali che siano.

I sardi ogni giorno di più si scoprono cittadini di infimo livello coloniale sottoposti ad ogni sopruso, spoliazione e insulto dei quali sarebbe fin troppo facile farne il lungo elenco.

Cresce la consapevolezza dell’estraneità dello Stato italiano, della sua mafiosità, della propria diversità di sardi nel bene e nel male e monta un’ancora indistinta ma di massa consapevolezza della necessità di Indipendenza vista come un diritto collettivo negato e da raggiungere.

Il Consiglio regionale è in stato comatoso con i partiti ormai formati da consiglieri regionali, di ogni parte e tendenza ideologica che vivono tutti come separati in casa, che stanno pensando solo a come poter rimanere in carica nel prossimo Consiglio regionale.

Tutti stanno sardisteggiando, pronti a mettere  nuove vele al vento sardista che si sta prepotentemente levando forte e chiaro, con operazioni di trasformismo alla sarda.

Il PSdAz è l’unico vero partito nell’area sardista-indipendentista. E’ radicato in ogni comunità e fa regolarmente un vero Congresso. Certo perfettibile, certamente criticabile per come si crea il consenso, come viene gestito il tesseramento, ma questi difetti sono propri della forma partito e sono universali. Migliorabili certamente ma ad oggi e la meno peggiore forma di organizzazione democratica, non certo confrontabile con chi partito o movimento i congressi proprio non li svolge e vive come un caciccato prepolitico.

Come si è visto il Congresso PSdAz è stato vivace e con maggioranza e minoranza che si sono confrontate e scontrate e non a colpi di fioretto.

E’ chiaramente parlamentarista mentre gli altri gruppuscoli indipendentisti pur aspirando i loro leaders all’elezione nel prossimo Consiglio regionale, navigano in area extraparlamentare e antagonistica cercando di egemonizzare e dirigere i tanti movimenti di natura contestativa e ribellistica formati da categorie più colpite dalla crisi dell’ultimo modello coloniale che è imploso e cessato all’improvviso creando disoccupazione e insicurezza.

In questa area movimentista attivissima e con grande energia i partiti, sindacati con le organizzazioni di categoria delle PMI, artigiane e agropastorali, sono apertamente contestati e hanno perso la presa in gran parte della loro base organizzata, coinvolti tutti nel discredito di ogni organismo che abbia il proprio centro di comando a Roma.

E’ in corso una dura lotta per l’egemonia politica.

Il Psdaz se la gioca, ben sapendo che solo un discorso sardista può, appunto perchè basato sul nazionalismo dei sardi, costituire da collante per un suo successo e con esso quello di una nuova coalizione che possa vincere le prossime elezioni regionali possibilmente con un candidato Presidente sardista.

Al corpo a corpo con tutti gli altri partiti italiani, confermando la linea delle mani libere e degli accordi solo su basi programmatiche più vantaggiose sia con destra che con sinistra da tenere sino a bocca di elezioni o almeno sino a conoscere quale sarà la legge elettorale vigente, si è svolto nei mesi scorsi un corpo a corpo interno per la leadership e per il rinnovamento delle candidature sotto la pressione di nuovi quadri emergenti.

Il Congresso avrebbe dovuto risolvere diverse questioni interne ma sopratutto riuscire a lanciare un messaggio forte aggregante dentro e fuori dal partito, ponendolo in centralità all’interno di tutto lo schieramento delle forze politiche organizzate, sia nel Palazzo che fuori.

La dichiarazione d’Indipendenza sarebbe stata lo strumento politico forte, il Manifesto, che avrebbe sancito o l’accordo interno o anche un ragionevole cambio nelle cariche di Partito con un rinnovamento più o meno traumatico e posto il candidato Presidente della Giunta, già indicato nei congressi provinciali, in condizione di proporsi non tanto in forza dei numeri ma in quella della centralità politica e dell’unica proposta forte e chiara di programma e di nuovo modello di società non solo economico ma istituzionale e culturale identitario prefigurante una Nuova stagione per la Sardegna di lotta e di speranze di libertà.

Qualcosa invece si è inceppato all’improvviso nella realizzazione di un certo disegno oppure gli accordi non erano accordi certi e invece di andare assieme nessuno dei leaders dei vari gruppi che costituiscono tradizionalmente il PSdAz si è fidato dell’altro ed è andata come è andata.

La partita è però ancora in pieno svolgimento perchè è stato confermato unanimamente con la dichiarazione d’Indipendenza il Presidente del Partito, che molti avrebbero voluto sostituire e che invece ha giocato le sue carte mentre ancora non si sa chi sarà il prossimo Segretario nazionale da eleggere fra non molto nella prima riunione del Consiglioo nazionale.

Qualcuno pensa che potrebbe essere confermato il Segretario uscente ma nel PSdAz ogni sorpresa è sempre possibile e notoriamente  veramente sorprendente agli occhi dei più smaliziati osservatori ma che nulla sanno di che cosa è veramente il PSdAz e delle sue peculiari dinamiche interne.

Sta di fatto che il risultato del Congresso ha messo in ombra la dichiarazione d’Indipendenza, che tutti i media aspettavano ma che cogliendo la palla al balzo hanno snobbato quasi non esistesse e che il PSdAz stesso non sembra abbia diffuso e sostenuto adeguatamente e con decisione.

La si può leggere in qualche sito internet ma non sembra che nessuno si sbracci per affermarne la paternità nè la si sostiene coralmente come patrimonio comune.

Forse verrà rilanciata e si spera precisata dal prossimo Consiglio nazionale ma come succede in politica sopratutto nell’epoca delle comunicazioni di massa, probabilmente verrà fatto ” a babbo morto” o come si dice sarà ormai ” passata la barchetta” dell’occasione politica e mediatica.

Anche io da osservatore esterno e commentatore politico sopratutto di area sardista-indipendentista lib-lab attendevo di leggerne il testo.

La dichiarazione è in gran parte condivisibile, permane però un negativo e sorpassato impianto economicista, che era già contenuto nelle mozioni provinciali sopratutto in quella nuorese.

Ancora una volta si èdimenticata la lingua sarda come fondamento di una battaglia nazionalista e indipendentista e appunto sardista rivolta al futuro e all’autodecisione.

Si potrebbe replicare a questa osservazione che la questione linguistica è ovvia e inclusa, ma non è così.

A mio parere è stata una omissione grave perché non sottolinea né caratterizza la colonizzazione culturale e il genocidio bianco della nazione sarda a partire dalle scuole d’infanzia sino all’università. Senza parlare della cancellazione della lingua sarda e delle altre lingue di minoranza parlate in Sardegna in ogni pratica civile, pubblica  e nell’informazione.

Se si perde la lingua scompare la nazione.

In fondo in termini strettamente politici che esulano da valutazioni sulle persone è evidente un cedimento a quella componente sardista autonomista e in fondo italianista, battuta dal Congresso di Porto Torres del 1981 dalla nuova componente nazionalista, indipendentista e che aveva fatto della battaglia per la lingua sarda la caratteristica dell’innovazione sardista.

Questa componente, legittima naturalmente in un partito di raccolta nazionale come il PSdAz e che persegue i suoi fini democraticamente, non si è arresa in tutti questi anni ma cova da tempo la rivincita rafforzandosi con neosardisti entrati da poco nel partito e con convinzioni agnostiche se non  proprio negative mutuate sulla questione linguistica dalle loro passate militanze e dai legami mai tagliati con vecchi amici rimasti ancora su barricate opposte e gioca di sponda con forze politiche esterne che in una alleanza tutto possono concedere tranne  la centralità politica e programmatica sulla lingua sarda.

Non è un caso che uno dei punti programmatici a base dell’alleanza di legislatura elusi nella pratica di governo della Giunta Cappellacci sia quello sulla lingua sarda per la quale si usano solo umilianti pannicelli caldi.

L’altro è quello sulla zona franca, ma si dovrebbe aprire un’altro capitolo di critica per omissione alla dichiarazione d’Indipendenza

Non è un caso che da quella battaglia vinta sulla lingua, col riconoscimento di minoranza linguistica con legge costituzionale e con una legge regionale che tutela tutte le lingue di minoranza di Sardegna iniziata negli anni ’70 e ’80 la questione sarda è divenuta questione nazionale sarda, tanto che il Consiglio d’Europa tutela oggi la nazione sarda con una apposita convenzione internazionale ratificata, anche se non rispettata, dallo stato italiano colonialista.

Come ben dimostrato dai catalani, dai quebequois, dai baschi e dai fiamminghi, dai corsi, è la lingua il fattore decisivo e determinante del diritto di autodecisione nazionale e appunto all’indipendenza.

L’esempio di questi popoli e dei partiti che guidano la loro battaglia per l’Indipendenza è richiamato ad ogni piè sospinto evitando però di mutuare in Sardegna le loro buone pratiche e sopratutto la centralità della questione linguistica.

Dimenticare questo fattore decisivo significa omologarsi ad un indipendentismo che tutti , compresi i partiti italiani e il loro personale politico in crisi, oggi cominciano a vedere come una opportunità, iniziando una transumanza e un cambio di casacca che diventerà presto tumultuoso.

Si sta per ripetere ciò che successe nel 1948 quando dopo essersi opposti strenuamente divennero autonomisti anche i partiti italiani, per svuotarne il contenuto sardista e impadronirsi delle spoglie  per non cambiare nulla e servire meglio il colonialismo.

Un indipendentismo senza lingua sarda è un indipendentismo castrato e la dichiarazione di indipendenza proprio per questa manchevolezza,  come a suo tempo la realizzazione autonomista, pur essendo un felino è un gatto e non un leone che avrebbe potuto essere.

Miagola e non ruggisce, per questo non arriva al cuore dei sardi e costituisce un’occasione perduta.

Non si tratta di aggiungere le parole lingua sarda e neanche un capoverso dedicato.

Si tratta di sconfiggere all’interno del PSdAz politicamente quella componente italianista che ormai ha accettato la colonizzazione linguistica e getta sabbia negli ingranaggi indipendentisti cercando di riprenderne il comando.

Ma il PSdAz non è solo ma si trova  in buona compagnia con i gruppuscoli indipendentisti che dal canto loro sulla questione lingua sarda si comportano anche peggio.

Ci si lamenta della frantumazione, ma solo l’unità sulla questione lingua può preludere ad una unione politica che non c’ è appunto per deficienza teorica , programmatica e sopratutto nella prassi su questa questione fondamentale.

Anche se tutti i punti presenti nella Carta venissero accolti e rispettati dallo Stato e permanesse il genocidio linguistico, solo questo elemento giustificherebbe la dichiarazione e la lotta per l’Indipendenza della Sardegna.

Infatti se un popolo perde la sua lingua è la sua nazione che viene cancellata e assimilata perchè con l’assimilazione si perde la volontà di essere liberi e indipendenti e si perde il riconoscimento internazionale al diritto al proprio Stato nazionale, per noi significa perdere il diritto alla Repubblica sarda nei futuri Stati Uniti d’Europa.

 

 

DOCUMENTAZIONE

La dichiarazione di indipendenza approvata all’unanimità dal 32° congresso del Psd’Az

 

Il 32° Congresso nazionale del Partidu sardu – Partito Sardo d’Azione

- ribadita la validità dell’articolo 1 dello Statuto del Partito Sardo d’Azione;

- richiamata la dichiarazione solenne di sovranità del Popolo Sardo sulla Sardegna approvata dal Consiglio regionale nel 1999;

- richiamati altresì i contenuti della mozione per l’indipendenza presentata dal gruppo del Psd’Az in Regione nel maggio del 2009;

- ricordati i tentativi di riforma dello Statuto sardo da parte dei Parlamentari e le iniziative di modifica costituzionale del Consiglio regionale della Sardegna;

- sottolineato il vano tentativo di riscrivere lo statuto sardo per il tramite dell’assemblea costituente del popolo sardo nonostante l’approvazione dell’apposita legge di modifica costituzionale approvata dal Consiglio regionale nella XII Legislatura e il pronunciamento favorevole del popolo sardo in occasione della consultazione referendaria dello scorso 6 maggio;

- constatato che in 64 anni di Autonomia speciale il parlamento italiano non ha mai approvato una proposta di legge costituzionale votata dal Consiglio regionale della Sardegna

- preso atto dell’attacco centralista portato dal governo italiano alla Sardegna e alle specialità regionali;

- evidenziato il superamento dell’esperienza autonomistica e dello Statuto del 1948;

- evidenziato altresì il fallimento del regionalismo italiano che come denunciato da sempre dal Psd’Az altro non è che la duplicazione del potere centrale;

- rimarcata la tradizione europeista del Partito Sardo d’Azione e l’adesione all’Alleanza Libera Europea che si batte per l’Europa dei popoli;

- ribadito il sostegno a tutte le nazioni emergenti dell’Europa ad incominciare dalla Catalogna e dalla Scozia che nel 2014 sottoporrà al popolo scozzese attraverso un referendum la scelta dell’indipendenza della Gran Bretagna;

- denunciata la crisi economica e sociale che investe la Sardegna e il tentativo dello Stato italiano di far pagare ai sardi il fallimento di uno Stato che non è mai stato il nostro Stato;

- constatato che le strutture centrali non rappresentano adeguatamente gli interessi del nostro Popolo in sede internazionale ed europea;

 

dichiara solennemente

la Sardegna nazione indipendente

chiede che

la dichiarazione di indipendenza della Sardegna sia sottoposta al voto del popolo sardo attraverso un referendum consultivo

fa voti affinché

i contenuti e il dispositivo della presente mozione siano portati in discussione nelle istituzioni e nelle amministrazioni locali ove siano presenti rappresentanti del Partito Sardo d’Azione.

Molto interessante il reportage sull’evoluzione politica del dibattito in Scozia e Regno Unito.

http://www.meridianionline.org/2012/10/02/il-dibattito-sullindipendenza-infiamma-la-scozia-di-salmond/

Gira che ti rigira, malgrado l’enfasi posta sull’indipendenza, l’obiettivo realista sia di Scozzesi che di Catalani rimane il poter avanzare a passi uno dopo l’altro acquisendo risultati concreti di sovranità.

Per gli scozzesi è la DEVOMAX, cioè il massimo di devoluzione di poteri, mentre per i catalani è un rafforzamento del loro STATUTO DI AUTONOMIA NAZIONALE con conquiste decisive sul piano fiscale. Sia la CIU che lo SNP hanno responsabilità di governo e devono puntare al sodo lasciando la tromba dell’indipendenza a minoranze attive che servono per suonare la sveglia al potere centrale.

Ma ritornando a noi, a chi si eccita alle notizie che vengono da Scozia e Catalogna bisogna ricordare che in fondo oggi la proposta più avanzata in fatto di autodecisione a passi “scozzesi” è proprio la proposta di Nuovo statuto/Carta de logu nova elaborato dalla “commissione sarda statuto” pochi anni or sono e al quale assieme a Gianfranco Pintore ed a un selezionato gruppo di amici esperti e saggi sono onorato di aver partecipato.

E’ un documento misconosciuto in Sardegna anche se distribuito in tutte le librerie ma studiato in tutta Europa.

Ed è appunto la filosofia politica alla quale stanno aderendo sia catalani che scozzesi. Cioè massimo di sovranità e competenze esclusive rovesciando il meccanismo alla base della vecchia autonomia. Non più tutti i poteri allo Stato centrale ed un risicato elenco di poteri esclusivi e concorrenti alla Sardegna, ma tutti i poteri alla Sardegna e uno striminzito elenco di poteri allo Stato centrale.

Questi poteri proposti per lo stato centrale di riferimento variano da Nazione senza stato a Nazione senza stato, per evidenti motivi di differenziazione storica ed economica e culturale e di percorso politico.

In genere si tratta di Spada,Toga e Moneta. Questi termini utilizzati nel dibattito su sovranità e federalismo sono divenuti forse desueti o meglio da articolare secondo la complessa realtà odierne e a fronte del percorso dell’Unione Europea.

Gli scozzesi già adesso confermano la loro preferenza per un’unione monetaria con Londra. I catalani rafforzano invece la loro opzione linguistica alla base del loro discorso di autodecisione mentre fanno balenare l’ipotesi che, pur non arrivando all’indipendenza formale, vogliono oggi essere uno Stato, puntando tutto sulla costruzione dello Stato catalano caratterizzato dallo Statuto ( Costituzione ) badando non alle definizioni nominalistiche ma alla sostanza.

In Sardegna mentre il PSdAz è impegnato nel suo congresso nazionale sopratutto per definire il potere interno di vertice e la sua sopravvivenza elettorale e la miriade di gruppuscoli neoindipendentisti si agitano come farfalle intorno alla candela, lo Stato italiano cala la mannaia centralista con la scusa del risparmio e della moralizzazione in politica.

Il risparmio e la moralizzazione politica nello Stato italiano e in tutte le sue articolazioni amministrative è doveroso, ma concerne la mafiosità intrinseca di questo Stato e quindi dovrebbe iniziare dalla testa e non dai piedi ovvero contemporaneamente.

Un governo non eletto, con un vero golpe bianco, invece moralizza poco o nulla ma eccita le masse alla Masaniello, coadiuvato dai grandi giornali dei veri potenti che hanno la responsabilità dello sfascio e della corruttela e fanno pagare sempre ai poveri e indifesi.

Mentre le masse sono vessate e indignate, il governo smantella la democrazia elettiva a partire dai comuni, con l’obiettivo dichiarato, cancelliamo le Province, poi le Regioni e restauriamo il centralismo e il potere dei prefetti. In particolare, mentre per le Regioni dello stivale la soluzione l’avevano già data il prof. Miglio e la Fondazione Agnelli nel periodo ruggente dell’emersione politica della Lega e della questione del Nord, con la proposta delle tre macroregioni, Nord, Centro, Sud e Isole, tanto che viene rispolverata anche oggi ed è sempre la più razionale e realistica, per le Regioni a statuto speciale invece si suona la campana a morto.

Eliminarle, fonderle con altre Regioni è l’obiettivo.

La Sardegna con il Sud, così la meridionalizzazione e mafiosizzazione dell’Isola dei sardi sarebbe completata.

Il PSdAz e i gruppuscoli neosardisti, assieme ai movimenti emergenti basati su interessi giusti ma corporativi, sono impegnati in legittime manovre politiche rispetto agli assetti interni, alleanze, scelta di leader da lanciare in campo, opzioni destra/sinistra esclusivamente in vista delle prossime elezioni regionali.

Ancora non si rendono conto che alla mazzata inferta alle rappresentanze politiche sarde con l’eliminazione del sistema elettorale proporzionale si sta per aggiungere la diminuzione del numero dei consiglieri regionali.

Riducendo la rappresentanza si riduce di moltissimo quasi ad annullarla la possibilità di presenza nel Consiglio regionale di partiti e movimenti nati, organizzati e con finalità esclusivamente sarde. Il Governo Monti, con il decisivo appoggio dei più grandi partiti italiani di centro, sinistra e destra sta realizzando un suo grande progetto,cancellare il sardismo organizzato politicamente dalla presenza nel Consiglio regionale e nel governo dell’Isola.

Bisogna prepararsi ad una lunga marcia nel deserto per riprendere forza e riuscire a ottenere il consenso dei sardi verso obiettivi d’indipendenza in condizioni che saranno durissime e forse nostro malgrado drammatiche.

In questo disegno c’è tutta l’eredità nazionalista e fascista italiana nemica anche del decentramento ( che non è federalismo ) che però può essere sempre razionalizzato, ma sopratutto nemica mortale delle minoranze nazionali, annesse con la forza e lo spregio dei loro diritti storici, politici e culturali.

Fra queste la Nazione sarda che da sempre vuole l’autogoverno e il ristabilimento dei suoi diritti politici coerenti col principio d’autodecisione ad iniziare dalla lingua propria combattuta e ferita da troppi anni di colonialismo italiano.

Non è caso che la proposta di nuovo statuto sardo sia stata definita come Carta de Logu nova de Sardigna.

Su Logu in sardo è il luogo ma nel linguaggio politico della cancelleria del Giudicato ( Regno ) d’Arborea su Logu era inteso come il territorio e la complessità del Regno cioè dello Stato e nel quale veniva esercitata la sovranità.

Ma lo era anche nel successivo Regno di Sardegna, che manteneva la Carta de Logu come sua Costituzione, prima che fosse abolita dai Piemontesi col favore dei compradores sardi negli anni della famigerata “Fusione perfetta”.

Su Logu era inteso come il Regno, la Statualità della nazione sarda, che appunto i Piemontesi cancellarono alla proclamazione del Regno d’Italia.

Il recupero e la rifondazione dello Stato sardo è l’essenza del sardismo, comunque coniugato e soprannominato.

Qualunque movimento, partito, associazione, consulta, che si ponga come soggetto politico non può evitare in Sardegna di confrontarsi su questo tema e distinguersi nel bene e nel male con i suoi programmi.

Fatte salve le differenti inclinazioni ideologiche, che comunque in una lotta nazionale come la sarda dovrebbero essere sottolineate in seconda battuta, il porsi nel campo dei diritti della Nazione sarda è evidenziato dall’affrontare o meno la questione della lingua sarda.

La Questione sarda è divenuta negli ultimi 30 anni decisamente la Questione nazionale sarda.

Come in Catalogna, in Euskadi, nel Quebec e non in Scozia la questione della lingua è il motore, la pietra di volta caratterizzante la complessità e l’originalità della rivendicazione programmatica appunto dell’AUTODECISIONE NAZIONALE che significa il diritto al proprio Stato nazionale col massimo di sovranità possibile nella situazione data e in relazione alla propria collocazione geopolitica.

LA SARDEGNA CANCELLATA DALLE ZONE FRANCHE URBANE.
Continua il sonno profondo dei parlamentari sardi. Dei consiglieri regionali, sindacati imprenditori e anche dei nuovi sostenitori della zona franca.
Ieri, giovedì 4 ottobre, è stato approva

to dal Governo Monti il decreto Sviluppo bis con il ritorno delle zone franche urbane. Le piccole imprese delle aree a rischio potranno usufruire di esenzioni dal pagamento delle imposte su redditi, Irap, imposta sugli immobili e contributi sulle retribuzioni da lavoro dipendente. Gli sgravi dovrebbero arrivare fino a 200 mila euro. Le nuove misure si concentreranno non più sulle 22 iniziali ma su 12 città, Eccole in ordine: in Campania (Mondragone, Napoli e Torre Annunziata), in Puglia (Lecce, Taranto e Andria), Calabria (Rossano, Crotone e Lamezia), Sicilia (Erice, Catania e Gela).
La Sardegna viene esclusa, non rientrano Quartu Sant’Elena, Iglesias e Cagliari. Anzi la Sardegna è stata cancellata. Complimenti.
Ma Monti forse ha ragione, col sostegno della sua maggioranza. La Sardegna non è Meridione.
Anzi non è proprio neanche Italia.
Ma quando ce ne andiasmo via da questo stato mafioso?
Adesso che tutti sono avvertiti non confondano ancora Zona Franca con Zone franche urbane..sono due cose fondamentalmente diverse.

Natziones sena Istadu

Prima cunferentzia internatzionale

S’Alighera 24-25-26 austu 2012

Relata de Mario Carboni

La Zona franca: vicissitudini e attualità della proposta “sardista”

Nel 1720, lo Stato chiamato Regno di Sardegna nato nel 1420 con capitale Cagliari che, durante il lungo periodo spagnolo e il breve austriaco s’identificava con tutta l’Isola, fu assegnato ai Savoia.

Con l’accettazione di malavoglia dei Savoia, che assunsero il titolo di Re di Sardegna, divenne uno Stato composto, federato con il Principato di Piemonte, col Ducato di Savoia e con la Contea di Nizza.

Tutta la federazione si chiamò Regno di Sardegna, sempre con capitale Cagliari, pur divenendo Torino, sede della Corte e del Governo , la città centro dell’effettivo potere politico e militare.

Durante l’occupazione napoleonica del Piemonte il Regno di Sardegna s’identificò ancora una volta col solo territorio dell’Isola e fu per quindici anni – dal 1799 al 1814 – sede del Governo e della Corte sabauda .

Si potrebbe osservare che pur governata da una dinastia straniera , solo in questo periodo il Regno di Sardegna e quindi tutta la Sardegna ed i sardi furono veramente indipendenti e riconosciuti internazionalmente come tali.

A Cagliari risiedeva la Corte ed il Governo ed erano presenti le ambasciate di tutti gli Stati che avevano rapporti diplomatici col Regno sardo.

La famiglia reale, solo dopo la prigionia di Napoleone all’Elba, ritornò sulla terraferma per proiettarsi, con Carlo Alberto di Savoia-Carignano, verso l’avventura risorgimentale.

Il Regno sino al 1847 aveva confini, parlamenti, forze armate e di polizia, leggi , tribunali, fiscalità, dogane e moneta propri e per entrare ed uscire dai suoi confini bisognava munirsi di passaporto.

Il 3 dicembre 1847, in conseguenza della “perfetta fusione” finì la federazione e lo Stato divenne unitario o semplice.

La “Fusione perfetta” del 1847 fu voluta dalle classi dirigenti dell’epoca, nobili e borghesi compradores, prevalentemente cittadini e di Cagliari in particolare, emporio e testa di ponte del colonialismo.

Abilmente pilotati dai piemontesi e spesso ancora d’origine iberica o di recente immigrazione

piemontese e sopratutto del Capo di sotto, speravano nella migliore delle ipotesi con questo

mezzo, di migliorare le condizioni dell’Isola ed avvicinarla all’Europa.

Allora non mancarono i contrari ma soprattutto coloro che vollero con forza la Fusione si pentirono amaramente solo pochi anni dopo, dichiarando pubblicamente di aver commesso un grave errore, a fronte del comportamento dei regnanti e dei governi piemontesi, che trattarono sempre la Sardegna come una colonia fastidiosa, cercando di cederla ora agli inglesi, ora ai francesi, attenti solo ai loro disegni di espansione continentale del Regno e sfruttandola sempre al massimo, in forza anche della cancellazione“degli antichi privilegi” e del protezionismo continentale.

Subito dopo la “fusione” del 1847 si sviluppò in Sardegna una richiesta corale per il ristabilimento dell’antica Autonomia isolana, e i cosiddetti “antichi privilegi” in economia, che permettevano fra l’altro la libera esportazione del vino, dell’olio, del grano, del bestiame e la distillazione del vino e particolari tariffe sarde per il sale, i minerali e tanti altri prodotti.

Anche i beni importati godevano prima della “fusione” di tariffe particolari e tutte sarde che permettevano di scegliere sul mercato internazionale quelli più vantaggiosi.

Le tariffe imposte nel 1887 e le guerre doganali, soprattutto con la Francia, resero impossibili le esportazioni e imposero l’acquisto di importazioni provenienti dalla penisola e sopratutto dal suo Nord, volute dal Governo italiano anche se a prezzi maggiorati rispetto a quelli europei. Si aggravò a dismisura la già pesante crisi economica della Sardegna ed il suo sottosviluppo, accrescendo le proteste e le rivendicazioni di un’Autonomia doganale.

Alla commissione d’inchiesta Pais-Serra venne indirizzata nel 1896 una serie di proposte fra le quali quella dell’economista Giusepe Todde che in un suo lavoro prevedeva che “..la Sardegna per vent’anni governata come una parte amministrativamente distinta dal Regno d’Italia, porto franco del Mediterraneo, sopprimendo ogni dazio esterno di dogana, in modo che potesse indipendentemente da ogni trattato di commercio, esportare liberamente tutti i suoi prodotti e ricevere tutte le merci di qualsiasi provenienza”.

Inoltre sarebbe stati soppresso il monopolio del tabacco e le imposte di fabbricazione sull’alcol e altri generi, ridotte le tariffe ferroviarie e marittime, unificati l’ufficio del registro e il catasto..

Si richiedeva anche di dare alla Sardegna qualche forma di Autonomia ma che avrebbe richiesto la modifica dello Statuto del Regno e quindi in generalmente ritenuta irraggiungibile

La proposta di Sardegna franca non ebbe alcun seguito come risibili furono i risultati dell’inchiesta ma da allora s’iniziò a progettare la colonna portante della rivendicazione autonomistica in campo economico con evidenti risvolti politici che vennero esplicitati in seguito dal Gruppo d’azione e propaganda antiprotezionistico animato da Attilio Deffenu e dalla sua rivista Sardegna, prima della Grande guerra e al quale aderì il giovanissimo Gramsci nel periodo del suo “a mare i continentali”.

Deffenu già prima della guerra denunciava “il mostruoso sistema amministrativo-tributario-doganale” che poteva prosperare perché nella giovane generazione non esiste il senso vivo della questione sarda, non esiste, scrisse, una coscienza radicalmente, fortemente regionale, vaticinando che solo quando sarebbe esistita una coscienza sarda si sarebbe potuto avere una netta visione della Sardegna operante la sua rinascita non più per interventi speciali o di favore ma per la sua conquistata autonomia.

Deffenu volontario interventista, maturò prima di cadere giovanissimo in battaglia, una più completa visione che potremmo oggi definire nazionalista sarda, diffondendo questa coscienza unitaria per la prima volta nella moderna storia della Sardegna fra i soldati e gli ufficiali sardi come ufficiale addetto alla propaganda della brigata composta esclusivamente da sardi.

Ed è proprio nel maggio del 1918 a guerra ancora in corso, fu pubblicato l’opuscolo di Umberto Cao intitolato “Per l’autonomia” che rilanciò l’idea dell’autogoverno autonomistico trovando poi terreno fertilissimo fra i militari della Brigata Sassari.

Solamente dopo la prima guerra mondiale, con l’emergere dell’autonomismo dei reduci della Brigata Sassari e del primo sardismo, si fece un tentativo di ripristino degli antichi Istituti franchi attraverso l’idea dei Porti franchi che venne poi meglio definito dai sardisti nel secondo dopoguerra.

Egidio Pilia, sardista passato nel 1923 al fascismo come tanti che parteciparono al fenomeno del sardo-fascismo e che poi da esso fu perseguitato, pubblicò nel 1920 l’opuscolo “l’Autonomia sarda, Basi, limiti e forme” che rappresenta la prima valida proposta di corpo giuridicamente concreto ed organico di Autonomia sarda.

La sua proposta fu meglio caratterizzata nel 1921 nel successivo opuscolo “ L’Autonomia doganale”, sistematizzando e dando gambe concrete alla tradizionale richiesta di Istituti franchi per la Sardegna.

Nel primo dopoguerra si deve invece all’economista Paolo Pili, sardista passato anch’esso al fascismo e poi da questo espulso ed emarginato, la ripresa ( come già ricordato da Egidio Pilia ) dell’idea lanciata nell’ottocento per Cagliari dal generale Alberto Lamarmora che auspicava “ un grande Porto franco, aperto alle grandi correnti del commercio mondiale”.

Paolo Pili ideò come istituto franco moderno il progetto di “ far diventare il porto di Cagliari un grande porto di smistamento per il traffico mediterraneo e far sorgere lungo il canale industriale dello stesso porto una serie di stabilimenti per la produzione di almeno i semi-lavorati con le materie prime di produzione isolana”.

La proposta presentata a Mussolini venne diluita e trasformata nella legge del 1928 ed in tale occasione assieme ad altri quattordici porti italiani , il Porto franco di Cagliari venne autorizzato ad applicare per trent’anni franchigie parziali e totali.

La proposta di Paolo Pili, pensata e progettata per la realtà sarda, proprio per essere stata estesa ad altri quattordici porti italiani non ebbe, soprattutto per Cagliari, nessuna applicazione.

Dopo il fallimento di questa iniziativa legislativa venne abbandonata dal Governo fascista la linea dei porti franchi per ripiegare nel 1938 sui punti franchi oggi testimoniata, per la sua parziale realizzazione, solo dalla solitaria sopravvivenza dei Punti franchi di Venezia e Trieste e dalla previsione, successiva al fascismo, dei Punti franchi sardi nell’articolo 12 dello Statuto speciale della Sardegna e nell’articolo 14 dello Statuto Valdostano, norme di legge pur di rango costituzionale ma ambedue dopo oltre sessant’anni tuttavia ancora non realizzate.

Nel secondo dopoguerra la questione degli Istituti franchi riemerse sempre per sollecitazione sardista nei lavori preparatori per l’emanazione dello Statuto speciale, all’interno della Consulta regionale sarda e nell’Assemblea costituente che lo avrebbe approvato, annacquato e monco nell’ultima seduta valida e nell’ultimo giorno.

Si scontrarono nella Consulta e nella Costituente due posizioni :

La sardista per la Zona franca estesa a tutta l’isola, coerente con il loro progettare di ‘Autonomia statuale, caratterizzata dalla competenza statutaria su un regime doganale e fiscale libero, tipico del federalismo, autogovernato essenzialmente dalla Regione autonoma che in quei mesi si stava progettando.

Quella portata avanti dalle altre componenti succursaliste dei partiti politiche continentali, riduttiva politicamente ed economicamente perché fieramente contraria all’Autonomismo sardista ed al massimo ispirata ad un blando decentramento amministrativo e non al federalismo,.

Questi partiti pur avversari fra di loro erano statalisti e centralisti economicamente, per cui si accordarono per concedere solo i Punti franchi alla nostra isola, predisponendosi a far di tutto affinché in futuro questi non vedessero mai la luce della realizzazione concreta.

Queste ultime componenti politiche, pur eterogenee e ferocemente contrastanti fra di loro perché schierate chi con il Mondo libero e chi con l’Unione sovietica, si unirono su questa posizione per motivi diversi e strumentalmente per distruggere e sostituirsi al PsdAz nel consenso delle masse sarde..

Alcune come i socialcomunisti e le destre di ispirazione fascista e qualunquista erano contrarie all’Autonomia perchè stataliste se non proprio collettiviste, altre come i democratici cristiani ed i liberali erano liberiste ma contrarie al federalismo e quindi tutte centraliste si unirono sulla soluzione riduttiva, che prevalse anche nella Costituente, partorendo i Punti franchi per la Sardegna, alla fine previsti nell’art.12 dello Statuto, concesso tuttavia da Roma a mala voglia e nell’ultimo giorno utile della Costituente.

In seguito, a Costituzione e Statuto speciale approvati, la questione della loro effettiva realizzazione venne affrontata con alti e bassi d’interesse e vennero presentate diverse proposte di legge nel Parlamento e nel Consiglio regionale,sempre principalmente per iniziativa sardista.

Il 1983 fu un anno cruciale nella legislatura iniziata nel 1979 col primo vento sardista e il ritorno nell’Assemblea legislativa di tre Consiglieri regionali sardisti dopo lunghi anni di assenza che pur in pochi oltre a precise proposte sulla Zona franca presentarono anche la prima proposta di legge costituzionale tendente a realizzare il Sardegna il bilinguismo perfetto ..

Sempre su spinta sardista fu effettuata dal 9 al 21 gennaio 1983 una molto interessante ma dimenticata dai più, l’indagine conoscitiva sulle Zone franche condotta dalla III Commissione del Consiglio regionale in occasione di un viaggio di studio in Estremo Oriente

La relazione presentata chiarì allora come la prospettiva sardista di zona franca fosse modernissima suffragata dall’iniziale e grandioso sviluppo dell’economia asiatica che proprio le zone franche stavano permettendo e che sostengono anche oggi.

Venne dimostrato che la zona franca se ben adattata alla Sardegna le avrebbe consentito l’uscita dal colonialismo di sempre e di affrontare con un’alternativa di sistema e c0on un nuovo modelo economico e fiscale il crollo già iniziato dell’industria mineraria, metallurgica e petrolchimica che stava devastando l’isola..

La relazione della Commissione fece chiarezza anche su un interrogativo posto senza risposta negli anni precedenti, come e attraverso quale via legislativa e regolamentare poter attuare l’Articolo 12 dello Statuto sardo.

La Commissione, nella sua relazione espresse la convinzione che i Punti franchi della Sardegna si sarebbero potuti istituire con apposite norme d’attuazione governative, su proposta della Regione e successivo accordo nella Commissione paritetica Stato Regione.

Questa soluzione avrebbe permesso di saltare la trafila e gli ostacoli di un passaggio parlamentare a seguito di proposte di iniziative di legge di origine parlamentare o nazionali di iniziativa del Consiglio regionale, valorizzando il protagonismo sardo attraverso un rapporto paritetico e pattizio fra Regione e Stato centrale..

In sardisti elaborarono compiutamente la loro linea politica focalizzando come centrali le questioni della lingua sarda, della zona franca e del nuovo Statuto di sovranità nel Congresso indipendentista di Porto Torres del dicembre 1981 e con i 12 punti di Carbonia , che avrebbe consentito il secondo fortissimo vento sardista delle storiche vittorie elettorali nelle elezioni regionali del 1984 e nelle successive amministrative.

La proposta di zona franca fu sostenuta soprattutto dalla rinnovata delegazione sardista nel Consiglio regionale, forte di 12 consiglieri e dall’impegno di Mario Melis divenuto Presidente della Giunta regionale a guida sardista per tutta la legislatura. dal 1984 al 1999.

La Giunta fece elaborare un progetto di Zona franca per la Sardegna al quale contribuirono i maggiori economisti sardi ed esperti internazionali e la presentò come proposta di legge nazionale di iniziativa regionale tesa a realizzare la zona franca con la vasta modifica dell’articolo 12 dello statuto.

Furono anni di intenso dibattito e di speranze tradite.

La proposta di legge di iniziativa regionale che ne conseguì, approvata dal Consiglio regionale nella seduta del 22 luglio 1998 fu inviata alle Camere ove perì per fine della legislatura.

Fu affossata alla Camera non solo dai partiti di opposizione alla maggioranza che sosteneva Mario Melis ma anche dal mancato sostegno dei partiti presenti in Giunta con Melis, che l’avevano approvata solo per realpolitik ( dopo aver cercato in tutti i modi di non farla arrivare in aula e cercando di respingerla tentando senza riuscirci col tradimento del voto segreto realizzato invece col voto contrario alla legge sulla lingua sarda ) pur mantenendo profonde riserve che mascheravano una radicata contrarietà ideologica di principio per una iniziativa bollata come liberista.

La proposta di legge nazionale, di iniziativa della Giunta, chiariva che la zona franca in Sardegna dovesse essere essenzialmente fiscale e residualmente doganale indicando puntualmente tutte le defiscalizzazioni necessarie, tanto da essere da questo punto di vista attualissima ancora oggi.

Con la riforma statutaria indicava la cornice di nuova e aggiuntiva sovranità fiscale, possibile non a Statuto vigente ma modificandolo con la radicale riforma dell’Art.12 dello Statuto ed quindi prefigurando un nuovo modello istituzionale e di sviluppo per la Sardegna.

Ai tanti che si chiedono ancora oggi, spesso brancolando nel buio della non conoscenza della materia e del loro pressapochismo, quale possa essere la realizzazione delle zone franche sarde in applicazione dell’Art.12 e delle norme di attuazione oggi vigenti, ma anche le particolari nuove regole in materia doganale, fiscale e regolamentare consiglio di leggere almeno quel testo di legge che, fatte salve normali le rughe del tempo, è un vero business plan chiaro ed articolato dela Sardegna zona franca.

La Sardegna veniva posta al di fuori della linea doganale dello Stato e l’esecuzione delle norme previste dalla legge con la modifica dell’Art.12 dello Statuto s’intendevano delegate dallo Stato alla Regione sarda per annullarle o stabilire nuove ma molto ribassate in funzione di attrarre capitali e tecnologie e abbattere i costi reali di produzione in compenso dei sovra costi dovuti all’insularità e alla carente di infrastrutture.

Cito solo le principali.

1 ) I diritti di confine: dazi doganali, sovraimposte di confine, prelievi agricoli, restrizioni quantitative e qualitative o qualsiasi tassa di misura o valore equivalente.

2 ) le imposte dirette: irpeg, irpef, ilor;

3 ) le imposte indirette: iva, imposte di registro, invim, imposte catastali, imposte ipotecarie, imposte di fabbricazione, imposte erariali di consumo..

La legge sulla Zona franca era indirizzata sopratutto alle imprese per la produzione, trasformazione ed esportazione ma veniva anche temporaneamente prevista per un periodo da 5 a 10 anni , su concessione del Presidente della Giunta,l’immissione al consumo per necessità locali di prodotti in esenzione doganale e fiscale e di prodotti sempre in esenzione prodotti da imprese locali.

Ad esempio i principali prodotti defiscalizzati sarebbero stato la benzina e il gasolio per l’autostrasporto, il riscaldamento e per il bunkeraggio delle navi, il kerosene avio e gli altri prodotti energetici in esenzione dalle accise e dall’IVA., compresa l’elettricità per tutti gli impieghi.

Il regime di zona franca proposto non escludeva l’obbligo del conteggio e dichiarazione dei diritti di confine e delle imposte dirette ed indirette, che andavano considerati come interamente riscossi dallo Stato, ai fini della determinazione delle entrate da assegnare alla Regione ai sensi dell’Art.8 dello Statuto.

Gli oneri derivanti per l’istituzione e la gestione da parte della Regione della Zona franca sarebbero stati a carico dello Stato e stabiliti d’intesa.

Dopo la fine della IX legislatura del vento sardista, pur avendo il PsdAz conservato in Consiglio regionale 10 dei 12 seggi precedenti, le principali forze politiche italiane in Sardegna la DC e il PCI , dimenticando odi eterni e differenze genetiche millantate per decenni, e i durissimi contrasti durante la giunta Melis, dopo varie convulsioni dovute anche ai riflessi sardi di mani pulite, si allearono nella X legislatura con un patto ad excludendum rivolto contro il PsdAz e la sua partecipazione al governo della Sardegna

L’intera X legislatura basata sull’accordo DC-PCI fu dedicata allo smantellamento dei principiali progetti delle Giunte del vento sardista, quali la gassificazione del carbone Sulcis, la metanizzazione con partenza dall’Italia, l’elettrificazione e il ridisegno del tracciato delle ferrovie, il bilinguismo e la zona franca con naturalmente l’affossamento di ogni ipotesi di riforma dello Statuto.

Lo spappolamento dei partiti italiani conseguente a mani pulite, anche in Sardegna creo una situazione tale da rendere il PsdAz ritornato nella XI legislatura pur con soli tre consiglieri nel Consiglio regionale ( Bonesu, Sanna e Serrenti ) decisivo, per la prima parte della legislatura alle giunte Palomba, condizionandole al programma sardista ed ottenendo nell’ottobre del 1997 l’approvazione della storica legge regionale n.26 sul bilinguismo a tutela della lingua sarda e delle lingue alloglotte di minoranza.

Venne anche approvata a larga maggioranza la mozione sulla Sovranità della Nazione sarda, e la bandiera dei quattro mori divenne con legge d’iniziativa sardista la bandiera della Regione.

A partire dal 1994 riprese il cammino l’idea della zona franca per merito dell’attivismo sardista dei tre Consiglieri regionali, del gruppo dirigente del Partito sardo d’Azione e dei suoi intellettuali.

Fu determinante allora per ottenere i ottenne i primi risultati concreti la mobilitazione popolare e delle categorie produttive, prevalentemente dell’area cagliaritana, sollecitata con la la consulenza della Fondazione Sardegna Zona Franca e del Comitato zona franca di Cagliari.

Si scelse in quel contesto di operare pragmaticamente in maniera diversa dal passato, spingendo non più verso la via scelta in precedenza che aveva privilegiato le proposte di legge parlamentari e le complesse riforme statutarie, tutte sempre di difficile messa a punto e in pericolo mortale per le sabbie mobili del Parlamento italiano, rivelate teoricamente non sbagliate nei contenuti ma ideologiche, ridondanti ed inefficaci.

Venne seguita la via dell’emanazione delle norme d’attuazione dell’art.12 a legislazione vigente, riconsiderando la proposta della Commissione III del Consiglio regionale successiva al viaggio di studio del 1983 nelle zone franche dell’Estremo oriente.

A seguito delle pressioni sardiste sulla maggioranza, dell’ampio dibattito sulla stampa, nei convegni e incontri e manifestazioni numerosi in tutta la Sardegna che si indirizzavano sulle tesi innovative espresse in un documento sulla Zona franca in Sardegna prodotto dal Comitato di esperti del Comitato Sardegna zona franca, fu sottoscritto un Protocollo d’intesa dalla Regione e dal Governo italiano.

Il Protocollo d’intesa sottoscritto il 21 aprile del 1997 all’Art.5 comma B intitolato Zona franca recitava.

Il Governo è consapevole che per avviare una complessiva strategia di rilancio del tessuto produttivo dell’isola è auspicabile la nascita di una zona franca che possa essere attrattiva per investimenti nazionali ed esteri”

Il Governo s’impegnava ad accelerare le attività occorrenti al raggiungimento dell’obiettivo ricorrendo alla normativa d’attuazione dello Statuto sardo, mentre la Regione s’impegnava a proporre le necessarie proposte progettuali con tttii nulla osta ed autorizzazioni di competenza.

In breve successivamente si fece finalmente il primo passo concreto in avanti dalla nascita dell’Autonomia speciale quando il Presidente della Repubblica, dopo un accordo nel Comitato paritetico Stato-Regione, su proposta del Governo, con il decreto legislativo 10 marzo 1998 n° 75, emanò le norme d’attuazione dell’articolo 12 dello Statuto speciale della Sardegna, istituendo le Zone franche nei porti di Cagliari, Olbia, Oristano, Porto Torres, Portovesme ed Arbatax e prescrivendo che la loro ampiezza dovesse comprendente aree industriali ad essi funzionalmente collegate e collegabili.

Ancora in seguito con l’Intesa istituzionale di programma del 21 aprile 1999 tra il Governo e la Giunta regionale fu stabilito che si sarebbe dovuto attuare un ulteriore il perfezionamento del sistema di Istituti franchi sardi con la creazione di una Zona franca fiscale per tutta la Sardegna finalizzata all’abbattimento dei costi dei fattori produttivi.

Un ulteriore passo concreto in avanti fu fatto, sopratutto per la forte azione di lobbyng operata da politici ed operatori economici cagliaritani che riuscirono ad ottenere il decreto 7 giugno 2001 del Presidente del Consiglio riguardante ulteriori disposizioni per l’operatività della Zona franca di Cagliari

Col decreto si stabiliva il perimetro della Zona Franca Cagliaritana e che la sua gestione fosse posta in capo alla Società consortile Cagliari Free Zone che purtroppo ad oggi è ancora inattiva.

Con questi atti, tuttavia ancora oggi privi di efficacia pratica per l’immobilismo dei Governi sardi, delle forze politiche, sociali ed imprenditoriali in materia, veniva però significativamente confermato il superamento dell’ottocentesca definizione di Zona franca doganale, della differenziazione fra punti e zone franche, della’ ipotesi di zone franche localizzate invece di una sola articolata ma generale e corrispondente a tutta l’Isola.

Tenendo conto della reale caratterizzazione a livello mondiale delle zone franche e dell’evoluzione della legislazione Europea e della sua applicazione in tanti paesi membri della UE, veniva sancita per la Sardegna l’importanza decisiva della leva fiscale nel prefigurare la sua zona franca, posto che le barriere doganali sono cadute da tempo a livelli ormai minimi dopo le trattative fra stati per l’eliminazione delle tariffe e barriere doganali e gli accordi mondiali per la libertà di commercio di capitali, beni e servizi.

Arriviamo alla nota dolente.

La delimitazione territoriale e la determinazione di ogni altra disposizione necessaria per la operatività delle altre Zone franche previste con il decreto governativo, ricadenti in territori dov’è altissima la crisi economica, sociale, occupazionale e culturale, quali le Province di Ogliastra, di Gallura, di Sassari, d’Oristano e del Sulcis, interessate alle loro aree portuali e alle zone industriali infra strutturate , devono ancora essere effettuate su proposta della Regione, con separati decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri.

Malgrado la difficilissima e continua situazione economica e sociale attraversata dalla Sardegna, le Giunte Palomba, Floris, Pili, Masala e Soru, come attualmente anche la Giunta Cappellacci ( che pur aveva posto la questione nel suo programma elettorale e affermato successivamente all’elezione la questine zona franca come prioritaria) non hanno provveduto a formulare la proposta di delimitazione delle Zone franche individuate con le norme d’attuazione dell’Art.12 dello Statuto speciale nei porti sardi elencati con precisione nel decreto legislativo né a far decollare la Zona franca di Cagliari, unica che possieda i migliori prerequisiti concreti per farlo, con un deciso e visibile impegno politico del Governo Regionale in tal senso.

Per la verità nel tempo non risulta alcuna azione propositiva o di sollecito da parte della maggioranza delle Amministrazioni provinciali interessate né di Sindaci e Consigli Comunali e tanto meno di Organizzazioni imprenditoriali o sindacali , tranne accenni non convinti in alcuni trascorsi e superatissimi piani di sviluppo provinciali sottoposti nel recente passato all’attenzione della Giunta regionale.

Migliori segnali vengono da una ripresa della questione per iniziative di base, di comitati e consiglieri comunali e provinciali che riescono a far votare ordini del giorno che richiedono la zona franca.

Sarebbe auspicabile a fronte di una generale presa di coscienza sulla questione, l’attivazione, previa un’attenta attività di sensibilizzazione, di specifiche delegazioni territoriali comunali e provinciali che pongano alla Giunta regionale la questione della Zone franche approvate e delle zone industriali adiacenti o collegabili.

L’attuazione delle Zone franche in tutta la Sardegna rappresenterebbe una prospettiva di sviluppo e di apertura della nostra economia ai mercati internazionali, basata sull’attrazione di capitali ed imprese esterne alla Sardegna e sullo sviluppo dele pMI sarde.

Segnerebbe una decisa emancipazione dall’assistenzialismo e dalla rapina di risorse pubbliche messe in opera da imprenditori che pur coscienti delle attuali diseconomie strutturali della Sardegna a causa anche della sua particolare insularità, intraprendono con l’unico scopo di tirare a campare sin ché durano i finanziamenti pubblici, spesso investendone gran parte fuori dall’Isola e chiudendo i cancelli quando i finanziamenti pubblici finiscono.

Con le Zone franche in Sardegna , non gli avventurieri, ma gli imprenditori esterni ed anche molti imprenditori sardi, potrebbero veramente investire e rischiare il proprio con la prospettiva di un vero profitto e sviluppo, godendo di una invidiabile qualità della vita, senza malavita organizzata, invece di investire delocalizzando in Zone franche lontane dall’Italia , spesso a volte anche pericolose.

Si realizzerebbe in particolare per una regione in gravissima crisi qual è la Sardegna un’opportunità per l’imprenditoria isolana e italiana ed un’occasione per la creazione di nuovi posti di lavoro, usufruendo in piccola ma pur significativa parte delle franchigie doganali e in maggior misura di quelle regolamentari e contributive e soprattutto della fiscalità di vantaggio tipica delle zone franche moderne presenti anche in tutta Europa e che hanno contribuito a risolvere con successo gravi problemi di sottosviluppo o riconversione industriale come ad esempio nel Galles, Slovenia, Spagna ed in Irlanda, Cipro e Malta.

Pochi riflettono sull’incidenza delle zone franche negli aeroporti irlandesi, a cominciare da Shannon, nello sviluppo delle linee aeree Low Cost irlandesi e nell’indotto aeronautico e turistica che tanto hanno aiutato fra l’altro a infrangere la prigionia sarda nel trasporto aereo e incrementare i flussi turistici.

Sempre pochi riflettono su come verrebbero risolti alla radice i problemi della continuità territoriale aerea e marittima con l’introduzione della Zona franca nei porti ed aeroporti sardi con la caduta verticale dei costi energetici e delle troppe gabelle fiscali che tanto appesantiscono i costi fissi di gestione e quindi con un abbattimento dei costi ai consumatori ed operatori economici e turistici.

La Sardegna è circondata dalle Zone franche che costellano la costa e l’interno della riva sud del Mediterraneo, dal Marocco alla Turchia compreso Israele e nei Balcani.

Le grandi Isole mediterranee sono Zona franca: la Corsica, Malta, Cipro assieme alle atlantiche, Madeira, Canarie, Irlanda.

Quasi tutte sono sopratutto zone franche fiscali, di produzione, servizi, assicurative, commerciali e finanziarie..

La zona franca delle Canarie è quella che più potrebbe essere presa a modello per la Sardegna con Zone franche industriali e una grande zona franca al consumo e in favore del turismo, dei trasporti, della pesca e delle attività agricole in forza anche di uno specifico statuto speciale fiscale.

? Vuole la Sardegna restare senza i propri diritti statutari e la zona franca fiscale?

Sarebbe come condannare la Sardegna al declino totale e sopratutto dichiarare il de profundis per tutte le speranze di sviluppo turistico, dei porti, zone industriali , città e paesi dell’isola fin nell’interno.

Si tratta di una grande battaglia politica e non economicistica ed assistenzialista come in passato.

Da continuare e riprendere con coraggio, intelligenza, spirito innovativo ed azione politica.

Forse una nuova stagione politica favorevole si sta aprendo per la Sardegna anche se indispensabile è la presenza di una diffusa coscienza autonomistica nella società sarda che faccia, oltre alla questione identitaria e linguistica, della Zona franca il perno socio economico di un progetto di transizione da una nuova Autonomia speciale all’Indipendenza, adatta ai nuovi tempi della globalizzazione e dell’Europa che vogliamo ancora si debba costruire, come sosteneva nel ’22 Camillo Bellieni nel secondo Congresso sardista di Oristano, solo nella prospettiva degli Stati uniti d’Europa.

Ritengo per concludere, che vadano oggi superati sia i tentativi del passato anche recente per ottenere la zona franca sarda con progetti di legge che in definitiva è solo il Parlamento a poter graziosamente approvare e concedere, in un rapporto colonialistico con la Sardegna che sembra non debba finire mai.

Come penso che pur dovendone richiedere con forza la attuazione come patti che non si possono eludere, sia superata la via, che pur ha dato i migliori risultati sulla carta, attraverso le norme di attuazione governative dell’art.12 dello Statuto per la realizzazione dei Punti franchi .

In ambedue i casi la Sardegna e le sue Istituzioni sono subalterne ad uno Stato centrale che ha stracciato il patto costituzionale del 1948 e che quindi dovrebbe essere denunciato per passare ad una ricontrattazione globale dei rapporti reciproci con parallelamente un esercizio unilaterale della nostra Autonomia, riprendendoci con atti precisi di volontà e di disubbidienza civile costruttiva quote di sovranità ormai indispensabili sul piano della fiscalità e della lingua e cultura sarde.

Questo perché mentre non si può escludere teoricamente e se le condizioni geopolitiche lo permettessero una separazione consensuale, oggi è lo Stato che sta esercitando una separazione unilaterale e coatta dalla Sardegna, allontanandoci sempre di più dall’Europa e dal nostro sogno di libertà come Nazione.

Sula fiscalità non esercitano nessuna sovranità, non ci viene restituito neanche il dovuto delle tasse che sono nostre e ci spettano, non esercitiamo neppure quella parzialmente garantita dal nostro Statuto nell’Art.12.

Osservo quindi che lo Stesso Statuto sardo è una legge d’attuazione della Costituzione.

Per quale motivo i sardi dovrebbero ancora sottostare alle forche caudine rappresentare dal dover operare per realizzare un diritto chiaro, lampante, storico e costituzionale, come quello della realizzazione dei Punti franchi attraverso delle norme di attuazione di una legge di rango costituzionale di attuazione della Costituzione?

Credo che la via da perseguire sia quella di non attendere più che altri ci concedano diritti che sono nostri e di legiferare direttamente da parte del Consiglio regionale, in piena autonomia e tutt’al più concordando direttamente con l’Unione Europea per quanto utile e necessario.

Per far questo occorre coraggio ed essere sovranisti nella realtà, in concreto, costruendo le alleanze necessarie e un consenso popolare tale da poter anche affrontare uno scontro pacifico, non violento e civile con lo Stato centrale, ove si opponesse.

Tale azione e la mobilitazione che ne potrebbe seguire sarebbero le migliori carte da giocare per ottenere finalmente un nuovo statuto di sovranità e vedere all’orizzonte, più vicina, l’Indipendenza della Sardegna.

Fortza Paris

Mario Carboni

Agosto 2012

Documentazione

normativa di riferimento

Legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 3 (in Gazz. Uff., 9 marzo, n. 58). -

Statuto speciale per la Sardegna

Articolo 12

Il regime doganale della Regione è di esclusiva competenza dello Stato.

Saranno istituiti nella Regione punti franchi.

Decreto legislativo 10 marzo 1998, n. 75 (in Gazz. Uff., 7 aprile, n. 81). -

Norme di attuazione dello statuto speciale della regione Sardegna

concernenti l’istituzione di zone franche.

Preambolo

(Omissis).

Articolo 1

1. In attuazione dell’articolo 12 dello statuto speciale per la regione Sardegna approvato con legge

costituzionale 26 febbraio 1948, n. 3, e successive modificazioni, sono istituite nella regione zone franche, secondo le disposizioni di cui ai regolamenti CEE n. 2913/1992 (Consiglio) e n. 2454/1993 (Commissione), nei porti di Cagliari, Olbia, Oristano, Porto Torres, Portovesme, Arbatax ed in altri porti ed aree industriali ad essi funzionalmente collegate o collegabili.

2. La delimitazione territoriale delle zone franche e la determinazione di ogni altra disposizione

necessaria per la loro operatività viene effettuata, su proposta della regione, con separati decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri.

3. In sede di prima applicazione la delimitazione territoriale del porto di Cagliari è quella di cui

all’allegato dell’atto aggiuntivo in data 13 febbraio 1997, dell’accordo di programma dell’8 agosto 1995 sottoscritto con il Ministero dei trasporti e della navigazione

DECRETO DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI 7 giugno 2001 (in

Gazz. Uff., 31 luglio, n. 176). –

Ulteriori disposizioni per l’operatività della zona franca di Cagliari.

Preambolo

IL MINISTRO PER GLI AFFARI REGIONALI

Visto l’art. 12 dello statuto speciale per la regione Sardegna, approvato con legge costituzionale 26

febbraio 1948, n. 3, e successive modificazioni, che prevede l’istituzione nella regione di punti franchi;

Visto il decreto legislativo 10 marzo 1998, n. 75, recante norme di attuazione dello statuto della regione Sardegna concernenti l’istituzione di zone franche;

Vista la delimitazione territoriale del porto di Cagliari di cui all’art. 1, comma 3, del sopra citato decreto legislativo n. 75 del 1998;

Considerato che ai sensi dell’art. 1, comma 2, del sopra citato decreto può essere determinata ogni altra disposizione necessaria per l’operatività della zona franca, da effettuarsi, su proposta della regione, con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri;

Visto il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 8 maggio 2000 che, tra l’altro, conferisce al

Ministro per gli affari regionali la delega all’esercizio delle funzioni del Presidente del Consiglio dei Ministri riguardanti l’attuazione degli statuti delle regioni e delle province ad autonomia speciale;

Ritenuto che è necessario emanare ulteriori disposizioni per l’operatività della zona franca di Cagliari;

Vista la proposta della regione Sardegna di cui alle deliberazioni della giunta regionale del 25 luglio 2000 e del 27 febbraio 2001;

Sentiti i Ministeri delle finanze, del tesoro del bilancio e della programmazione economica, dell’industria, del commercio e dell’ artigianato e del commercio con l’estero, dell’interno, della sanità, ed il Dipartimento per le politiche comunitarie;

Decreta:

Articolo 1

1. La zona franca di Cagliari è delimitata secondo quanto previsto dal comma 3 Art. 1, del decreto

legislativo 10 marzo 1998, n. 75, così come previsto dall’allegato dell’atto aggiuntivo 13 febbraio 1997 dell’accordo di programma 8 agosto 1995, sottoscritto con il Ministero dei trasporti e della navigazione.

2. Nella zona franca è autorizzata qualsiasi attività di natura industriale o commerciale o di prestazione di servizi, così come previsto dalle disposizioni del codice doganale comunitario e dalle relative norme di applicazione, dalle quali restano disciplinate le operazioni di introduzione, deposito, manipolazione,esportazione e riesportazione delle merci.

Articolo 2

1.Il soggetto gestore della zona franca di Cagliari è individuato nella soc. cons. per az. “Zona franca di Cagliari”, che userà il marchio d’impresa “Cagliari Free Zone”, con sede in Cagliari, viale Diaz n. 86.

2. Il soggetto gestore assume, sotto la propria responsabilità compiti di gestione e organizzazione della zona franca di Cagliari a tempo indeterminato.

3. I relativi programmi annuali devono essere approvati dalla giunta regionale su proposta dell’assessore competente in materia di industria di concerto con l’assessore competente in materia di programmazione.

Articolo 3

1. Ai fini dello svolgimento dell’attività di controllo prevista dalla legge, viene identificata nella Direzione della circoscrizione doganale di Cagliari l’autorità doganale competente. Ad essa dovrà fare riferimento il soggetto gestore indicato, salvo espresse deroghe di competenza previste nel presente decreto o in successive modificazioni.

Articolo 4

1. Il gestore si impegna a provvedere alla materiale delimitazione territoriale dell’area sulla quale insistela zona franca.

2. Tale attività di delimitazione si estrinseca nella costruzione della recinzione della zona franca,

nell’individuazione di varchi di ingresso e uscita secondo criteri e modalità stabiliti d’intesa con l’Autorità doganale, nel mantenimento della recinzione, nell’esecuzione di tutte le opere che venissero richieste dall’amministrazione doganale per il sicuro esercizio della vigilanza, nella predisposizione di idonea segnaletica, nella fornitura gratuita dei locali necessari a norma di legge per le esigenze degli uffici doganali e ferroviari e per il personale di vigilanza, nonché, nella ordinaria manutenzione, illuminazione e climatizzazione dei locali stessi.

Articolo 5

1. L’autorità doganale provvede ad eseguire i controlli del perimetro della zona franca nonché i controlli ai varchi di ingresso e di uscita della zona franca. A tale scopo essa si avvale di sistemi informatizzati e di tessere di riconoscimento del personale autorizzato ad operare nell’area.

2. Il soggetto gestore provvede tempestivamente a mettere a disposizione dell’autorità doganale tutti i supporti tecnici, informatici ed operativi necessari per svolgere le citate attività di controllo.

Articolo 6

1. Al fine di consentire all’autorità doganale il controllo, nel rispetto della normativa comunitaria, sulle merci in entrata ed in uscita dalla zona franca, una copia del documento di trasporto delle merci e la lista delle imprese operanti nella zona franca sono tenute presso il soggetto gestore a disposizione dell’autorità doganale.

2. Nella zona franca il personale doganale, in base alle vigenti disposizioni di legge, è abilitato all’accertamento dei reati e delle altre violazioni, la cui applicazione è demandata all’Agenzia delle dogane ed ha facoltà, fermo restando l’esercizio dei controlli sulle merci previsti dalle norme comunitarie, di accedere, in qualunque momento negli stabilimenti, nei magazzini, nei recinti e negli altri esercizi esistenti nella zona franca per eseguire accertamenti sulle merci depositate o in lavorazione ed ispezionare libri, registri e documenti commerciali e di trasporto.

Articolo 7

1. Il soggetto gestore provvede a predisporre entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto un piano operativo della zona franca che garantisca i servizi comuni e la collocazione logistica degli spazi da adibire a servizi generali.

2. Il piano operativo della zona franca deve essere trasmesso all’Autorità doganale di Cagliari per

eventuali osservazioni da formularsi entro sessanta giorni dalla ricezione.

3. Il piano, corredato delle eventuali osservazioni pervenute, è quindi trasmesso all’assessore

competente in materia di industria per la definitiva approvazione da parte della giunta regionale.

Articolo 8

1. Al fine di agevolare l’attività dell’operatore economico che intende stabilirsi all’interno della zona

franca, il soggetto gestore provvede a predispone apposite pubblicazioni informative da sottoporre

all’approvazione preventiva dell’Autorità doganale, anche in occasione di modifiche e/o aggiornamenti delle stesse.

Articolo 9

1. È compito del soggetto gestore svolgere l’attività promozionale della zona franca, volta all’attrazione

degli investimenti pubblici e privati.

2. Il soggetto gestore promuove forme di collaborazione con le amministrazioni pubbliche coinvolte e i rappresentanti del mondo imprenditoriale.

Articolo 10

1. Le richieste da parte dei soggetti economici per operare all’interno della zona franca sono presentate al soggetto gestore ed inviate per conoscenza all’assessorato dell’industria della regione autonoma della Sardegna.

2. Il soggetto provvede ad effettuare una istruttoria preliminare delle domande verificando la

disponibilità dell’area per l’intrapresa economica e la compatibilità dell’iniziativa col programma di cui alprecedente art 2 , e le trasmette all’Autorità doganale. Quest’ultima provvede a rilasciare le autorizzazioni preventive all’esercizio dell’attività all’interno della zona franca, come previsto dal codice doganale comunitario.

Articolo 11

1. In ordine alle autorizzazioni preventive da parte dell’autorità doganale previste dai regolamenti

comunitari CEEn. 2913/92 del Consiglio che istituisce il codice doganale comunitario e CEE n. 2454/93 della Commissione che fissa talune disposizioni d’applicazione del codice doganale comunitario, si applicano i termini previsti dal decreto del Ministro delle Finanze 19 ottobre 1994, n. 678.

2. Per la movimentazione delle merci in entrata ed in uscita della zona franca e per ogni altro aspetto rilevante ai fini della sicurezza fiscale sarà redatto apposito disciplinare da parte dell’Autorità doganale.

Articolo 12

1. Fatte salve le funzioni di competenza dell’Autorità doganale e dell’Autorità portuale, la regione

determina gli indirizzi generali per l’attività del soggetto gestore.

Articolo 13

1. Restano ferme le disposizioni del codice della navigazione e delle altre leggi e regolamenti relativi all’uso delle aree pertinenti al demanio pubblico marittimo, all’esercizio della polizia marittima e ai controlli di profilassi internazionale. Restano ferme altresì le disposizioni di cui alla legge 28 gennaio 1994, n. 84, e successive modificazioni, concernenti il riordino della legislazione in materia portuale..

Decreto Presidente della Repubblica – 23/01/1973 , n. 43 – Gazzetta Uff. 28/03/1973, n.80

TITOLO I

DISPOSIZIONI GENERALI

CAPO I

DETERMINAZIONE DEL TERRITORIO DOGANALE

Art.1

Linea doganale.

Il lido del mare ed i confini con gli altri Stati costituiscono la linea doganale.

Lungo il lido del mare, in corrispondenza delle foci dei fiumi e degli altri corsi d’acqua nonché degli sbocchi dei canali, delle lagune e dei bacini interni di ogni specie, la linea doganale segue la linea retta congiungente i punti più foranei di apertura della costa; in corrispondenza dei porti marittimi segue il limite esterno delle opere portuali e le linee rette che congiungono le estremità delle loro aperture, in modo da includere gli specchi d’acqua dei porti medesimi.

Nel tratto fra Ponte Tresa e Porto Ceresio e nella zona di Livigno la linea doganale, anziché il confine politico, segue rispettivamente le sponde nazionali del lago di Lugano e la delimitazione del territorio del comune di Livigno verso i comuni italiani ad esso limitrofi. Il confine politico che racchiude il territorio del comune di Campione d’Italia non costituisce linea doganale (1).

(1) Comma così modificato dall’art. 1, d.p.r. 16 dicembre 1977, n. 960.

Art.2

Territorio doganale e territori extra-doganali.

Il territorio circoscritto dalla linea doganale costituisce il territorio doganale.

Il mare territoriale è considerato come territorio doganale, eccetto per quanto concerne l’impiego ed il consumo dei macchinari, materiali ed altri prodotti di cui all’art. 132. Agli effetti doganali le acque marittime comprese fra il lido e le linee di base di cui al decreto del Presidente della Repubblica 26 aprile 1977, n. 816, sono assimilate al mare territoriale (1).

È altresì considerato come territorio doganale lo spazio aereo sottoposto alla sovranità dello Stato.

I territori dei comuni di Livigno e di Campione d’Italia, nonché le acque nazionali del lago di Lugano

racchiuse fra la sponda ed il confine politico nel tratto fra Ponte Tresa e Porto Ceresio, non compresi nel territorio doganale, costituiscono i territori extra-doganali.

Sono assimilati ai territori extra-doganali i depositi franchi, i punti franchi e gli altri analoghi istituti, di cui agli articoli 132, 164, 166 e 254.

Sono fatti salvi gli speciali regimi fiscali vigenti nel territorio della Valle d’Aosta ed in quello della provincia di Gorizia, dichiarati “zona franca” rispettivamente con l’art. 14 della legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 4

Statuto speciale Val D’Aosta

Articolo 14

Il territorio della Valle d’Aosta è posto fuori della linea doganale e costituisce zona franca.

Le modalità d’attuazione della zona franca saranno concordate con la Regione e stabilite

con legge dello Stato.

,

e con l’art. 1 della legge 1° dicembre 1948, n. 1438.

Art. 1.

  Il territorio della provincia di Gorizia, compreso tra il confine
politico ed i fiumi Vipacco ed Isonzo, e l'area recintata del
Cotonificio Trestino, posta sulla sponda destra dell'Isonzo, sono
considerati, fino al 31 dicembre 1957, fuori della linea doganale e
costituiti in zona franca.

(1) Comma così modificato dall’art. 1, d.p.r. 16 dicembre 1977, n. 960.

INTESA ISTITUZIONALE DI PROGRAMMA TRA IL GOVERNO DELLA REPUBBLICA

E LA GIUNTA DELLA REGIONE AUTONOMA DELA SARDEGNA

Roma, Palazzo Chigi, 21 aprile 1999

c) Entrate regionali, regime fiscale, zona franca

c.2) verifica delle condizioni per l’introduzione sul territorio regionale di misure volte a realizzare,

compatibilmente con la normativa comunitaria adottata per altre Regioni Europee una zona franca

fiscale finalizzata all’abbattimento dei costi dei fattori produttivi;

Regolamento istitutivo del Codice doganale comunitario

Articolo 800

La costituzione di una parte del territorio doganale della Comunità in zona franca o la creazione di un deposito franco può essere richiesta da qualunque persona alle autorità doganali designate a tale scopo dagli Stati membri.

Leggi il seguito

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